Improvvisamente, Schubert

Alfred Brendel - SchubertGli Improvvisi di Franz Schubert (D. 899 n.1-2, D. 935 n.1-4) sono una pagina importante della musica per pianoforte e, com’è noto, hanno alle spalle una vera e propria epopea interpretativa. Se si guarda al primo periodo del Novecento, comunque, si tratta di una storia piena di ombre. Uno dei primi pianisti ad incidere gli Improvvisi fu Edwin Fischer (1938), seguito da Arthur Schnabel nel 1950. Tra i due, le differenze dipendono molto dalle possibilità della registrazione sonora, decisamente migliore nel secondo caso (l’eloquenza del suono non si può sottovalutare). Non di molto pregio fu l’incisione di Wilhelm Kempff (1965), mentre Clifford Curzon ha avuto l’audacia di spingere le pagine schubertiane verso un’improbabile interpretazione brahmsiana, attirando in questo modo il dissenso di certa critica. Anche altri interpreti sono stati sfortunati nella loro lettura degli Improvvisi, come Alain Planès, Daniel Barenboim – secondo la critica, troppo innamorato di Beethoven per comprendere appieno Schubert-, Martyn van den Hoek.
La situazione comincia a cambiare con l’arrivo di Claudio Arrau (Philips, 1991), Murray Perahia (Sony, 1982) e il più rischioso Radu Lupu (Decca, 1982) che, in ogni caso, non raggiunge la fantasia raziocinante e l’inventiva di una delle più acute interpreti di Schubert, Mitsuko Uchida (vedi l’articolo a lei dedicato in Grandi interpreti). Da questo punto in poi, si può pensare, forse, il paesaggio degli Improvvisi in modo meno frammentario. E’ su queste linee portanti che si affermeranno le intepretazioni di Maria Joao Pires (DG, 1996), Andras Schiff che inciderà i cicli degli Improvvisi per Decca (1988-1990) e del notevole Philippe Cassard (Accord, 2007). Forse pero’ il pianista che rimane sulla vetta più alta, anche per quanto riguarda queste pagine schubertiane, è Alfred Brendel che ha lasciato ben tre versioni dei due cicli sopra menzionati. Quando si tratta d’interpretazione i giudizi tendono ad essere molto divergenti, come si è visto bene nel caso di Uchida, il cui Schubert – in special modo quello delle Sonate – è sempre stato molto personale. Si è distinta bene nel tempo la performance di Joao Pires per la sua capacità di costruire ogni brano come un universo a sè stante, con le sue proprie leggi, tanto che nel suo caso si può anche parlare di reinvenzione di un’opera. Non meno accattivante il lavoro di Cassard, comunque, che seduce l’ascoltatore e non manca di una certa sagacia nell’affontare quello che, forse, rimane il problema più arduo: il romanticismo “precoce” di Schubert non dev’essere esasperato nè spinto oltre i limiti, personali quanto storici, del compositore. Ma almeno per quanto riguarda noi di Nomos Alpha, Alfred Brendel resta insuperato in un’ideale classifica d’ascolto. Ascoltare per credere. (a.d., m.s.)

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