György Kurtág: giochi in bianco e nero

In occasione dell’omaggio a György Kurtág di Milano Musica (ottobre 2018), riproponiamo in anteprima una breve lettura dell’opera pianistica del compositore, partendo da una delle sue composizioni più celebri, Játékok.

 

kurtag1Siamo abituati a pensare alla storia del pianoforte come ad un percorso che trova il suo apice nell’età romantica, si consolida per certi aspetti (timbrici o formali) con Gabriel Fauré, Maurice Ravel e Debussy ma sembra esaurire il suo fascino con i compositori del tardo romanticismo (Rachmaninov, Skriabin). Quest’idea molto diffusa non tiene conto, tuttavia, degli aspetti più interessanti del pianoforte nel xx° secolo. Quando György Kurtág compone l’opera per pianoforte Játékok siamo negli anni Sessanta e molta strada è già stata fatta dalla nuova musica (Schoenberg, Cage, Ligeti, Takemitsu). Eppure quest’opera giocosa in otto volumi – “Játékok” vuol dire, appunto, giochi- conserva un fascino inquietante e, per certi aspetti, provocatorio. La provocazione è qui sia formale che etica. Secondo la pianista Valérie Haluk che ne ha curato la partitura per le edizioni Henry Lemoine (Parigi) si tratta di un’opera pedagogica nel senso profondo del termine: “Microcosmo dell’opera del compositore, Jeux è una sorta di laboratorio dove egli raggruppa e sperimenta le sue idee musicali. Fin dalle sue prime opere, Kurtág ha accordato una grande importanza al lavoro e allo scambio con gli interpreti. Così, quando scriveva questo primo libro, faceva suonare le sue composizioni ai giovani pianisti di una scuola di Budapest”. La vena pedagogica non nasconde, comunque, una gamma poetica autentica e spesso intensa che si accorda bene, nell’insieme, al bisogno di attenzione e di dialogo che sembra pervadere l’opera fin dalle prime, silenziose note. E’ probabilmente vero, come scrive Valérie Haluk nella prefazione che accompagna la partitura, che i tre grandi verbi che qui emergono con forza sono “cercare, ascoltare e improvvisare”.

Se Játékok, quindi, è un vero e proprio arsenale d’idee al quale il pianista può attingere per riflettere sul suo strumento, non dovrebbe sfuggire all’ascoltatore – interprete o semplice amatore – che in queste pagine Kurtág mostra anche tutta la sua vena “narrativa”, il suo desiderio di ritornare con la mente ai giochi di un’infanzia ormai lontana, quasi volendo ricollegarsi in un dialogo a distanza con Schumann. Epoche diverse, ma i sentimenti e il desiderio rimangono simili. Un invito al viaggio fuori dal tempo, dunque, il tempo delle favole e dell’incanto perduto. Un tempo senza fine che non ha smesso di attraversare anche il buio Novecento. (a.d.)

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