Schumann nostro contemporaneo

Robert SchumannIl fantasma di Schumann ha attraversato il Novecento in molti modi diversi, coinvolgendo il lavoro e dando forma alle idee di molti compositori. Può essere utile, oggi, ripercorrere questi sentieri che portano agli ultimi giorni di Endenich (rievocati anche, di recente, dalla bella raccolta di lettere curata da Filippo Tuena per le edizioni italosvevo). Ma non è soltanto il dramma schummaniano che ha interessato il lavoro di certi compositori. Anche una particolare scena d’infanzia ha potuto attirare la loro attenzione, se diamo credito alle ricerche svolte da Laura Tunbridge nel suo saggio ‘Deserted Chambers of the Mind (Schumann memories)’ pubblicato nel volume Rethinking Schumann (Oxford University Press). L’infatuazione per Schumann risale, almeno, agli anni Settanta quando il recente passato della Germania sembra diventare- non soltanto in ambito musicale- uno dei temi prediletti della riflessione europea. Raramente, purtroppo, i critici musicali se ne sono accorti, preferendo confinare l’arte “romantica” tra le nebbie del passato. Non la pensava così Elliott Carter quando compose Night Fantasies per pianoforte né tanto meno Gyorgy Kurtág con il suo Homage à R.Sch. (1980). La caratteristica dominante di queste composizioni, secondo Tunbridge, è una particolare sintesi tra lo stile compositivo di Schumann e le necessità stilistiche dei compositori, almeno per quanto concerne la strumentazione. Un approccio diverso è quello che indaga il lato biografico di Schumann, come per gli spoken fragments usati da Mauricio Kagel in Mitternachtsstuk (1981-86) che mescolano i ricordi di Schumann agli estratti da Jean Paul, scrittore prediletto dal compositore di Zwickau. Sempre nel periodo che stiamo trattando, andrebbe collocato l’omaggio di Wilhem Killmayer dal titolo emblematico: Schumann in Endenich (1972) per pianoforte, harmonium e percussione. Physischen Träumen: Schumann segnava il passo della musica contemporanea, mentre le neoavanguardie liquidavano Schönberg come troppo romantico (Boulez)? La storia della musica è fatta di paradossi, ritorno, sconfessioni e liquidazioni, infine latenze. Come la cultura, in genere. Al contrario di quanto si potrebbe pensare, la latenza di Schumann è ampia e articolata e va oltre il semplice “Characterstück”. Ci sono ancora almeno due interpreti da ricordare, prima di lasciare Schumann al ricordo – e, speriamo, all’ascolto attento- dei lettori. Wolfgang Rihm cercherà proprio nelle disconnessioni affettive e perturbanti di Schumann la sua poetica del passato in Fremde Szenen I-III (1982-84), in piena epoca revisionista e, come si diceva una volta, post-moderna.

Ma l’esempio più curioso di rielaborazione schumanniana ce lo fornisce un compositore che non si può definire né classicista né in alcun modo innamorato della storia. Murray Schafer compone nel 1978 il suo Adieu Robert Schumann, un brano per soprano, nastro magnetico e orchestra. Qui appare, a metà del brano, il tema in mi bemolle maggiore che Schumann pensava gli avessero dettato gli spiriti di Mendelssohn e di Schubert. Il clima allucinatorio e i ricordi d’infanzia sono qualcosa di più di un pretesto, evidentemente, per tornare ad un’idea che, in effetti, dominava già il Romanticismo e che confluirà, tutto sommato, nel movimento che Schafer ha contribuito a creare: il predominio del suono sull’articolazione armonica, il suono in quanto tale. Primitivo, regressivo. Comunque unico ed essenziale, come forse Schumann non era riuscito ad ottenere, immerso- quando non imprigionato- nella tradizione del suo tempo. Un destino che, in fondo, condivideva con tutta la musica del centro Europa. Allora era lo spirito di Beethoven che batteva alle porte, oggi quello di Schumann. Difficile dimenticare entrambi. (a.d., m.s.)

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