Strauss: Salome fin de Siècle

Salome torna al Teatro Regio di Torino il 15 febbraio in omaggio non soltanto al genio di Richard Strauss, ma anche al secolo a cui appartenevano Gustav e Alma Mahler, Alban Berg, Puccini, Schönberg, Zemlinsky.

Salome

Salome (Nancy Shade). Photo: Ken Howard

Graz, Austria, 1906. L’opera Salome (titolo senza accento, secondo il libretto di Hedwig Lachmann) ha già avuto un certo successo di scandalo ma, nella piccola cittadina austriaca, verrà ascoltata da un pubblico particolare, dato che per l’ultima opera di Richard Strauss si sono mobilitati Gustav Mahler e sua moglie Alma, Giacomo Puccini, Alban Berg, Schoenberg e suo cognato Alexander Zemlinsky. L’origine letteraria è ben nota: la Salomé di Oscar Wilde aveva avuto modo di fare il suo ingresso nella società letteraria nel 1891, accompagnata dalle efficaci illustrazioni di Aubrey Bearsley, destando perplessità se non orrore per quel misto di erotismo e di necrofilia che, a dire il vero, attraversa tutto il movimento dell’Art Nouveau e non soltanto le fantasie wildiane. Dal punto di vista storico, quelli di Strauss sono anni decisamente turbolenti, ma non lo sono meno dal punto di vista musicale: il ciclone Richard Wagner non ha ancora finito di trasformare il mondo secondo i suoi desideri, anche se è vero che “il misticismo wagneriano” come ha scritto Massimo Mila “si manifesta con tipici mezzi musicali – soprattutto il colorito diafano e luminoso degli archi”. E’ proprio studiando gli espedienti armonici e stilistici di Wagner che Strauss comincia a muovere i primi passi sulla scena musicale, ma facendo attenzione a rovesciarne il messaggio dal misticismo all’ironia, se non verso lo scetticismo più fosco di Schopenhauer e di Nietzsche, i portavoce di un mondo in cui i vecchi valori stavano per essere travolti da grandi cambiamenti.

Salome rappresenta, forse, un momento isolato nella produzione di Strauss per la sua insistenza luciferina sul conflitto tra la Conoscenza e il Male, il “patto con il serpente” (Mario Praz) e una consumata tecnica politonale che non troveremo spesso nelle opere successive, composte su libretto di Hugo von Hofmannsthal: Elektra, rappresentata a Dresda nel gennaio del 1909, è ancora più esplicita nell’immergere i suoni nell’orizzonte di un’aperta atonalità, rinunciando allo schematismo di Salome, ma questa scelta apparentemente provocatoria è destinata a richiudersi come un episodio nella vita del compositore, ben lontano dal condividere il disagio di Schoenberg. Der Rosenkavalier appare come un gioco con il passato, il XVIII secolo, consapevole di essere una messa in scena dove nostalgia, ironia e eleganza trascinano la musica nel ricordo compiacente di epoche passate. Posizione ambigua, dunque, quella di Strauss: destinato a fare scandalo più come personaggio che come musicista, porterà la sua arte negli Stati Uniti per tornare ricco e celebre ma isolato nella sua inquietudine senza riferimenti, privo di una vera “patria” – avendo ripudiato Wagner e non essendo vicino ai francesi, cosmopolita ma lontano dai modi artificiosi della mondanità-, apolide e scettico fino alla fine. (a.d.)

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