Scene sonore: intervista con Marco Donnarumma

Sul palco di Scene Sonore intervistiamo Marco Donnarumma, un artista e ricercatore che da diversi anni sperimenta le biotecnologie, con una particolare attenzione al ruolo del suono e all’impatto che l’intelligenza artificiale ha sulla nostra società.

 

Corpus Nil, Ars Electronica Festival, Linz, 2017. Photo courtesy of Tom Mesic

1. Le prime notizie che si possono avere sul tuo lavoro sembrano convergere verso la diade corpo-tecnologie. Vorrei organizzare questa intervista secondo un parametro cronologico, e avrei trovato un punto di partenza in un’opera meno recente di altre, Golden Shield Music (2009). La descrizione che ne offre Jacob Gaboury su Rizhome offre l’occasione per partire da lontano, vale a dire da un concetto di opera ancora legato all’elaborazione dei dati (net art), oltre che chiaramente legata a certi percorsi della musica elettronica. Mi piacerebbe risalire alla situazione attuale, cioè ad un lavoro apertamente biotecnologico, per mettere in evidenza la tua evoluzione come artista. Come sei arrivato, quindi, alla fisicità di Corpus Nil (2017) arrivando da percorsi apparentemente più “neutri”?

Riflettendo col senno di poi, intorno al 2009 ero ancora alla ricerca di un’estetica personale e caratterizzante. Utilizzavo diversi linguaggi ma, al contrario della mia pratica odierna, non ero ancora in grado di sintetizzare quei linguaggi in un unico metodo di lavoro. A quel tempo avevo anche un’idea differente riguardo all’ “artivism”, o meglio, la combinazione di attivismo e linguaggi artistici. Ho fatto alcuni lavori come appunto Golden Shield Music e The Invisible Suns Project che erano esplicitamente dedicati a denunciare e approcciare in maniera critica e creativa problemi socio-politici. In seguito, pero’, ho capito che questo tipo di pratica esplicitamente “politica” non mi soddisfaceva. L’artivism è una pratica senza dubbio importante, ma ho sempre molti dubbi sul suo assunto fondamentale: convincere gli spettatori o i fruitori di una particolare verità. Questo è, a mio avviso, un modo molto ambiguo di utilizzare il linguaggio artistico. Da diversi anni sono dell’idea che invece di dettare una particolare verità, l’arte debba ispirare interpretazione critica e libera, esercizio delle capacità critiche di ognuno e una decentralizzazione dell’individuo rispetto al mondo in cui vive. Questo è quello che cerco di fare nel mio lavoro, penso che questo renda la mia pratica odierna molto piu significativa a livello socio-politico di ciò che facevo prima. Nel 2010, a seguito di 3 anni in giro per l’Europa con una mia vecchia performance, “I C::ntr::l Nature”, ho deciso di dedicarmi alla pratica performativa col suono e la tecnologia. Per “pratica performativa” intendo “liveness”, una performatività che va oltre la performance stessa, ma può anche essere estesa a installazioni e interventi durazionali o collettivi, e che include la tecnologia e il suono come agenti attivi e non neutrali. L’impeto di questa decisione è stato un istinto nel rifiutare un certo tipo di superficiale celebrazione della tecnologia che stava cominciando a pervadere la cultura occidentale – e che oggi ci sommerge completamente. Cosi ho deciso di focalizzarmi su come la tecnologia influenza ed è influenzata dal corpo umano a livello fisico, psichico, fisiologico, sociale e politico. Mentirei se affermassi che tutti questi elementi erano già presenti nella mia pratica nel 2010. Vari elementi si sono integrati l’uno con l’altro come risultato del mio percorso artistico e accademico.

2. Nel 2008 hai presentato The Moving Forest al festival Transmediale di Berlino. E’ un progetto che si sviluppa su più livelli, coinvolgendo anche la videoarte. Puoi spiegarci la genesi di questo progetto? Kurosawa sembra avere un ruolo abbastanza importante, ma anche le tue ricerche sui dispositivi di analisi del suono corporeo.

The Moving Forest è un progetto ampio, creato da Shu Lea Cheang e Martin Howse insieme ad un gruppo di artisti, teorici e attivisti. E’ anche un progetto molto ambizioso, una sorta di “opera” senza gerarchia, ma costituita da un network di performance e interventi collettivi che coinvolgono tutta la città in cui l’evento si svolge. Io ho partecipato all’evento a Londra nel 2012. E’ durato 12 giorni, ogni giorno 24 ore, con una lunga serie di performance durazionali eseguite da diversi performer della scena londinese. Ero uno dei performer invitati da Shu Lea Cheang a contribuire a questa forma di cyberpunk “opera”. Per l’occasione ho avuto l’onore di collaborare con Linda Dement, Laura Oldfield Ford e Francesca da Rimini, artiste femministe e visionarie che stimo molto. Francesca in particolare è stata una delle prime artiste, con il suo gruppo VNS Matrix negli anni ’90, a rompere gli stereotipi di gender attraverso lavori forti e unici improntati sulla cyberart.

L’ispirazione iniziale per la nostra performance era la scena del “rimorso” nella adaptation di Kurosawa del Macbeth di Shakespeare, dove la protagonista lava le sue mani in maniera ossessiva, senza sosta, preda di un profondo rimorso a seguito delle sue azioni. Partendo da quella scena che veniva proiettata sullo stage durante la nostra performance, ho immaginato una performance durazionale in cui entravo e uscivo da degli stati di trance, utilizzando ritmicamente, in maniera frantica e ossessiva, i suoni del mio corpo amplificati in tempo reale (respiro, battito cardiaco, lo scorrere del sangue nelle vene), il fumo di vari incensi, e le parole di Francesca mentre leggeva un testo di Linda, una sorta di diario in prosa di una persona che ha commesso un omicidio. La performance è durata due ore, il pubblico poteva entrare e uscire continuamente. Devo ammettere che è stata un’esperienza molto particolare e una performance abbastanza difficile, ma entusiasmante. Penso abbia segnato molto il mio lavoro negli anni successivi.

Music for Flesh II, Hyphen Hub, New York City, 2014. Photo courtesy of Ugo Dalla Porta

3. Parliamo in modo più dettagliato di Xth Sense™, un software che ha avuto una certa importanza nella tua ricerca. Puoi dirci come funziona e, a grandi linee, come può essere usato in un contesto artistico?

L’XTH Sense™ è uno strumento musicale composto da sensori wearable e relativo software. L’ho creato nel 2010 e da allora continuo ad usarlo nelle mie performance. Essendo un progetto open source, l’XTH Sense™ viene utilizzato da diversi artisti regolarmente e negli ambiti più disparati. L’XTH Sense™ cattura i suoni prodotti dal corpo (umano e non), come il battito cardiaco, il sangue che scorre nelle vene, il respiro e i suoni dei muscoli mentre si contraggono ed estendono. Tutto questo materiale sonoro viene poi digitalizzato e quindi manipolato in tempo reale attraverso vari effetti audio. La manipolazione dei suoni corporali può avvenire attraverso gesti e movimenti, il che significa che non c’è alcun bisogno di utilizzare una tastiera o un mouse. La musica viene creata esclusivamente dal e con il corpo. Questa è una pratica tipica della biophysical music, un pratica performativa che include l’utilizzo di sensori fisiologici e una metodologia performativa marcatamente fisica. I contesti in cui viene performata la biophysical music sono tanti, dal teatro, alla gestural music, dai concerti di musica sperimentale allo sviluppo di videogiochi, dalla body art alle pratiche di arte terapia – come quelle che vengono sviluppate ad esempio all’Accademia di Brera a Milano dalla professoressa e artista Nicoletta Braga, la quale ha ospitato uno dei miei workshop in passato.

4. Si parla molto di AI e di reti neurali in questo periodo, anche nel campo della ricerca artistica. Amygdala (2017) aggiunge a queste tematiche una dimensione simbolica inconsueta. Che cosa ti ha spinto ad interessarti di intelligenza artificiale?

Ho cominciato a lavorare con l’intelligenza artificiale (AI) durante il mio dottorato a Goldsmiths, a Londra nel 2012. Lì, fra gli altri colleghi, ho lavorato molto da vicino con il Dr. Baptiste Caramiaux, un ricercatore di grande talento specializzato in psicologia del movimento, percezione del suono e della musica, machine learning, metodi computazionali attraverso i quali dei computer possono “imparare” quali pattern caratterizzano certi stream di dati. Il mio interesse per l’AI nasce da una visione del corpo e della tecnologia come due entità che ne compongono una. Sono dell’idea che il corpo è parte della tecnologia, e viceversa, la tecnologia è parte del corpo. Credo ci siano precise distinzioni fra i due, ma che queste distinzioni possano facilmente scomparire o diventare ambigue se sono manipolate nella maniera giusta. E questo è quello che faccio nel mio lavoro. Cerco di distruggere gli stereotipi che dettano una visione individualista, sessista e superficiale del corpo-tecnologico, il corpo che abbiamo tutti oggigiorno.

Mentre conducevo il dottorato a Goldsmiths ho cominciato a lavorare con software AI insieme a Baptiste. Dopo tre anni di ricerca, abbiamo realizzato la mia performance Corpus Nil, che si basa su una coreografia instabile e tesa di suoni, luci e movimento fra un performer umano e un software AI. Assieme alla performance, abbiamo anche realizzato diversi articoli scientifici e saggi accademici sull’utilizzo di AI, computazione e suono nell’interazione uomo-macchina e nella pratica artistica. A quel punto, mi è sembrato naturale cominciare a interessarmi di come questo software AI potesse diventare un corpo a sè stante, un’entità che avrei potuto toccare, spingere, tirare, performare davvero, insieme su un palco. Questo mi ha portato al progetto che sto sviluppando qui a Berlino, grazie a una Research Fellowship della Berlin University of the Arts e con il supporto del Neurorobotics Research Lab e di Ana Rajcevic. Ormai da un anno stiamo creando delle protesi robotiche che sono dotate di un’ “intelligenza” e di un’agenzia propria. E’ ovviamente un paradosso: una protesi che agisce da sola. E’ proprio questo ciò che mi interessa, il paradosso senza via di fuga. Ci troviamo in una società tecnocratica dove tutto, ambiente, socialità e lavoro, viene sottomesso ad uno sviluppo tecnologico stupido e senza sosta. L’idea è che la tecnologia possa risolvere tutti i problemi di oggi, ma la verità è che questo tipo di societa tecnocratica non è altro che il formato più funzionale all’accumulo di capitale. Quindi creiamo tecnologie “intelligenti” ma queste sono sempre solo funzionali, abbiamo paura che le macchine ci sottomettano ma siamo noi stessi a sottomettere altri esseri umani, gli animali e l’ambiente, o perlomeno ci proviamo continuamente. Quindi ho deciso di creare dei robot “intelligenti” nel vero senso della parola: macchine che sono libere di comportarsi autonomamente, e che di conseguenza sono inutili nel panorama tecno-industriale odierno. Però, ciò che è importante è che per potersi configurare con queste protesi robotiche bisogna sviluppare un’apertura mentale, fisica e psichica. E’ una strategia per esplorare, attraverso una ricerca corporale, domande più generali che mi stanno a cuore. Siamo davvero pronti ad abbandonare l’idea della superiorità dell’essere umano rispetto a tutto ciò che ci circonda e rispetto alle nostre stesse creazioni? Cosa significa ammettere che tutti gli altri esseri – viventi o non viventi – siano esattamente allo stesso nostro livello? Che non abbiamo nessun tipo di diritto a dominare? E’ possibile coltivare una forma pragmatica e solidale di co-esistenza con altri esseri, umani e non? Come la tecnologia può supportare questa missione?

5. I lettori di Nomos Alpha saranno curiosi di conoscere i tuoi progetti futuri. Puoi darci qualche anticipazione?

Il 2018 sarà un anno importante. Si aprira’ il 3 Febbraio con la première di una nuova performance che mi è stata commissionata dal CTM Festival di Berlino. La performance, intitolata Corpus Nil: Eingeweiden riprende ed estende drasticamente l’approccio al corpo, il suono e la macchina che ho sviluppato in Corpus Nil. Questo nuovo lavoro mi vedrà performare insieme ad Amygdala, la prima protesi AI che ho creato. Indosserò Amygdala sul mio corpo e insieme daremo vita ad un corpo nuovo, alternativo, oscuro ma familiare, teoricamente impossibile ma realmente esistente. Dopo la première al CTM, continuerò con un tour in Europa e Canada di Corpus Nil e Amygdala MKII. Sono in programma esibizioni e performance nel circuito di media art internazionale, ma anche – e questo mi rende molto felice – nell’ambito del teatro e la danza più convenzionale. Avrò occasione di portare il mio lavoro a conferenze e eventi che si concentrano sull’influenza delle nuove tecnologie sulle pratiche performative più tradizionali, un tema che esiste da tantissimi anni ma che viene spesso messo da parte e raramente affrontato con progetti a lungo termine. In programma anche una performance con il team di 4DSOUND nel nuovo spazio Monom a Berlino, un tour autunnale di nuovi lavori, inclusi Corpus Nil: Eingeweiden e Amygdala MKII, e una rassegna del mio lavoro degli ultimi 10 anni in Danimarca verso fine anno.

Website: www.marcodonnarumma.com

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