Labèque per Unione Musicale: omaggio a Bela Bartók

Le sorelle Labèque tornano a Torino, ospiti dell’Unione Musicale, per un folgorante omaggio a Bela Bartók.

 

Labèque

(photo: Umberto Nicoletti)

Marielle e Katia Labèque tornano volentieri nel capoluogo torinese che apprezzano molto per l’atmosfera che vi si respira e per il suo ragguardevole programma concertistico. Gli appuntamenti che prevedono due pianoforti concertanti sono, in genere, pochi. Ma questo è il caso del duo Labèque che, ormai da qualche decade, offre in ogni suo concerto un raffinato gioco di specchi e di rifrazioni armoniche. Un altro aspetto sempre più importante per le Labèque sono le collaborazioni, in quest’ultimo caso con Andrea Bindi e Simone Rubino alle percussioni. L’unione fa la forza, è proprio il caso di dirlo. Specialmente se l’alfiere della musica è un compositore come Bela Bartók. Ormai lontani i tempi in cui la classica sembrava un corpus inattaccabile di grandi Maestri lontani anni luce dal pubblico, il duo Labèque ha contribuito al suo svezzamento culturale anche per quanto riguarda il repertorio novecentesco. Nel corso degli anni, le abbiamo viste immergersi in tante avventure: esordienti negli anni Ottanta con la loro versione della Rapsodia in blue di Gershwin, un disco di successo che ha inaugurato una scena nuova per il pubblico, si sono in seguito gettate in un corpo a corpo con Debussy e Ravel, Bach e Stravinsky. Attraverso il loro spettro sonoro sono passati quasi tutti. Non c’è un’orchestra, d’altra parte, con la quale non abbiano suonato: Berliner Philharmoniker, Orchestra Sinfonica della Bayerischer Rundfunk, le Orchestre Sinfoniche di Boston, Chicago e Cleveland, la London Symphony Orchestra e La London Philharmonic Orchestra, la Los Angeles Philharmonic, la Philadelphia Orchestra, la Staatskapelle di Dresda, l’Orchestra Filarmonica della Scala. Con l’Italia le sorelle Labèque hanno un rapporto d’elezione, non soltanto per la loro residenza romana ma, piuttosto, per un’affinità di gusti che fa di loro quasi un marchio di trasgressione riconosciuta, come accade per certi stilisti (la tradizione, se vogliamo, l’ha inaugurata Mozart contro ogni “canone” consolidato). Come spiegare altrimenti le collaborazioni nel corso del tempo con musicisti come Miles Davis e Philip Glass? La musica è sempre contemporanea, per loro, sia nelle scelte concertistiche che in quelle discografiche. Non può sorprendere, quindi, se il prossimo concerto torinese (17 gennaio), presso il Conservatorio “Giuseppe Verdi”, prevede brani tratti da Mikrokosmos per due pianoforti, El Chan per due pianoforti di Dessner, Ungarische Tänze da Brahms, Thirteen drums per percussioni di Ishii e la Sonata per due pianoforti e percussioni di Bartók. Il leitmotiv, quindi, è chiaro: il pianoforte oltre la tradizione romantica, di cui Brahms è difatto l’ultimo erede, il compositore testamentario. Bartók e Prokofiev inaugurano un altro rapporto con la tastiera, la portano lontano sulle impervie strade della modernità (m.s., a.d.)

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