Isabel Mundry: tempo, spazio, percezione

Isabel MundryLa figura di Isabel Mundry (1963-) appartiene ad un momento particolare della musica contemporanea. Lasciandosi dietro sia la breve virata della musica post-seriale (anni Cinquanta-Sessanta) che la musica concreta, oltre ai primi esperimenti di musica elettroacustica, Isabel Mundry era destinata, forse, a incontrare i problemi della musica nella forma, complessa quanto articolata, dello spazio sonoro. Certo, prima di Mundry le questioni si erano già poste sia per Boulez che per Stockhausen e Luciano Berio, oltre che per Bruno Maderna e – nell’ambito di un ambizioso progetto teatrale- per Luigi Nono. Ma l’approccio di Mundry, anche senza considerare i suoi scritti teorici, risulta differente al primo ascolto: piccoli complessi da camera come 11 Linien, per quartetto d’archi (1990-1991), Zeichnungen e il successivo, ormai “orchestrale”, Linien, Zeichnungen formano un laboratorio sul suono che vive di una sua legittimità fuori da qualsiasi scuola di pensiero. L’impressione che la sua musica spesso suggerisce è quella di un’esperienza fisica, diretta: il protagonista non è più la frase – come può ancora avvenire in Pascal Dusapin o in un musicista più disposto alle influenze culturali come Wolfgang Rihm– e neppure un silenzio più o meno ricercato, magari ostentato, ma il suono e il suo decorso temporale. Se si volesse descrivere ciò che avviene, per esempio, in un brano recente come Textile Nacht (2014) si dovrebbe pensare, in primo luogo, a ciò che accade a partire dalla posizione dei musicisti, quindi del luogo in cui si collocano sul palco o intorno al pubblico, e del suono che ne deriva. L’idea di fondo è quella di un flusso sonoro e del suo vissuto, delle differenti temporalità che gli possono appartenere quando attraversa lo spazio mostrando una sostanziale fragilità, uno stato di permeabilità che può ricordare l’evanescenza di certe composizioni da camera di Kaja Saariaho.

Ma non c’è pensiero dello spazio senza quello del tempo. Come ricorda Andreas Holzer nel suo testo di presentazione per l’archivio Ircam, già nel quartetto d’archi No one (1994-1995) Mundry era partita dall’idea di un coordinamento dei musicisti basato sull’assenza dell’indicazione di battuta, dunque chiedendo loro di suonare un tempo “personale”, il tempo reale e collettivo. Forse per la sua ritrosia a chiudersi in una formula preconfezionata, Isabel Mundry ha spesso preferito collaborare con artisti lontani dal mondo musicale come l’architetto Peter Zumthor, i coreografi Reinhild Hoffman e Jorg Weinhol o la scrittrice giapponese Yoko Tawada (Gesichter, commissionato dal festival di Donaueschingen nel ’97). Una dimensione di dialogo ricercata con grande costanza, oltrepassando ostacoli non soltanto estetici, ma più genericamente culturali, invertendo i ruoli e le gerarchie. (a.d.)

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