Scene sonore: il monodramma contemporaneo

The Raven

The Raven (photo: Alessia Santambrogio)

E’ indubbio che, negli ultimi anni, i compositori giapponesi stanno segnando alcuni punti rilevanti sul piano della realizzazione di attente e oniriche partiture musicali per la scena, non soltanto teatrale. The Raven, per esempio, ha fatto la sua apparizione quest’anno al Teatro di Bolzano. Toshio Hosokawa ha lavorato sulla celebre poesia di Edgar Allan Poe immergendo i temi notturni e sepolcrali dello scrittore americano in un’atmosfera da teatro nō. Una scelta plausibile, dato che il corvo appartiene al regno soprannaturale da cui trae ispirazione il monodramma per orchestra e voce femminile (il mezzosoprano Abigail Fischer). Dal punto di vista vocale non manca niente: il cantato parlato (Sprechgesang), il parlato ritmico, il verso sussurrato, il cantato puro e semplice che concede volentieri qualcosa alla melodia, per quanto stilizzata. Si può dire che la lettura libera che Hosokawa ha dato del poema di Poe- dal punto dei vista dei registri letterari, a metà strada tra l’apologo orientale e il poema romantico- non sfigura affatto dal punto di vista strumentale, confermando il ricco dispiegamento di effetti stilistici che sono ormai da tempo un marchio della musica del compositore giapponese. Alla stilizzata regia di Luca Veggetti si aggiungeva il ruolo della danzatrice Alice Raffaelli, svolgendo un compito quasi psicanalitico di “doppio” scenico della figura incarnata dalla cantante protagonista. Un ruolo non facile sul palcoscenico, qui realizzato grazie ad un’attenta coreografia volta più all’effetto organico, coerente, che non alla messa in scena in quanto tale.

Proprio il ruolo dei danzatori all’interno del teatro musicale è il trait d’union con un altro lavoro presentato due anni fa a Parigi (Théâtre des Champs-Elysées), Solaris di Dai Fujikura. Anche in questo caso, il tema non è privo di assonanze mistiche e soprannaturali, anche se il mondo dello scrittore di fantascienza Stanislas Lem e del regista Tarkovsky che ha portato sugli schermi il romanzo nel ‘72 rimane ancorato ad una lettura, forse, più europea dei problemi dell’uomo e del suo rapporto con il mondo. Un altro punto in comune è la recitazione ieratica e la staticità delle scene, quasi un omaggio a Maeterlinck, intervallate da incontri coreografici non sempre orientati verso una visione organica degli eventi. Questo è, forse, il dato che più allontana la messa in scena di Solaris dal minuzioso e controllatissimo dettato scenico-musicale di The Raven. Per fortuna tali incongruenze erano facilmente eclissate dalla maestria dei cantanti (Sarah Tynan e Tom Randle) e da un ensemble Intercontemporain in grande forma, e da una partitura dove Fujikura ha saputo trasfondere un corpus sonoro di grande duttilità timbrica, senza dubbio affascinante all’ascolto. Il confronto tra le due opere potrebbe andare avanti per altre pagine, esplorando altri dettagli, ma volevamo più che altro suggerire ai lettori e ai compositori una possibile riflessione sul ruolo del corpo e della danza all’interno di opere la cui complessità letteraria non dovrebbe mai essere dimenticata nel nome di categorie estetiche, teatrali o d’altro genere, calate dall’alto o imposte per ragioni poco funzionali sia alla recitazione che alla musica di scena. Purtroppo, com’è risaputo, il compositore in molti casi è l’ultimo a parlare. Dovrebbe accadere il contrario, semmai. (o.g., m.s)

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