Ligeti: autoritratto con due pianoforti

LigetiLa musicologia, di solito, suddivide in periodi l’attività dei compositori al fine di comprendere meglio la loro evoluzione. Nel caso di György Ligeti (1957-2006), il periodo della ricerca formale è ritenuto il più significativo e comprende brani come Lontano (1967), Ramifications (1968-69) e Atmospherès (1961). Le opere per strumento solista o per piccoli ensemble, invece, tendono spesso ad eludere le classificazioni cronologiche. E’ il caso, forse, di Monument. Selbstportrait. Bewegung (1976) per due pianoforti. Un’opera insolita e straordinaria, per diversi motivi. Recentemente, per la stagione 2016-2017, il pubblico dell’Ensemble Contrechamps (Ginevra) ha potuto ascoltare il brano in un concerto che lo vedeva opposto a Mélodies di Jean Barraqué (Stefan Wirth e Antoine Françoise, pianoforte). Dove nasceva l’interesse di Ligeti per il duo pianistico? Una possibile risposta è che il compositore voleva estendere una tecnica che aveva conosciuto grazie all’organista Karl-Erik Welin e a Henning Siedentopf, applicandola al pianoforte. Da quest’incontro nasce il “bloccaggio mobile dei tasti”. Come spiega Ligeti stesso: “Una mano preme i tasti per tenerli muti- e ciò in successione cangiante- mentre l’altra preme sia i tasti che suonano, sia quelli che sono appena stati bloccati; di qui nascono nuove configurazioni ritmiche”. La prima parte del titolo del brano che stiamo esaminando, Monument…, richiama una precisa immagine musicale: “Una realizzazione accurata delle differenze dinamiche dà alla musica un’apparenza tridimensionale, come fosse un ologramma, situato nello spazio immaginario. Questa illusione spaziale conferisce alla musica un carattere statuario, immobile (appunto, Monument)”. Si è spesso sottolineata l’influenza di alcuni compositori americani su Ligeti (Steve Reich, Terry Riley), il quale si era recato negli Stati Uniti, verso la metà degli Settanta, su invito del compositore John Chowning. L’effetto sonoro che Monument… produce ricorda soltanto in parte il minimalismo, dato che la tecnica dei tasti bloccati produce una certa perdita del suono. L’idea di un tempo dilatato ma omogeneo, tipica di certi compositori minimalisti, risulta in qualche modo alterata. Forse si tratta di un segno di continuità con il passato? Il tempo “immobile” – Armando Gentilucci evocava, in un suo scritto, la musica delle sfere (in Oltre l’avanguardia. Un invito al molteplice, ed. Discanto, 1980)- aveva già fatto la sua comparsa diversi anni prima. Brani come Apparitions e Atmospherès erano stati definiti “statici”, ma in realtà sono animati da una continua tensione interna. Anche nel caso di Monument…, Ligeti scrive a proposito del suono che “il tessuto si sfrangia”, evocando in questo modo – sia pure con le debite differenze- la “poetica della texture” (Ingrid Pustijanac) emersa già nei primi anni Sessanta. A proposito di Atmospherès, Harald Kaufmann scrive: “Il suono statico, per quanto nel suo insieme venga percepito come qualcosa di impreciso, rivela al suo interno un disegno dettagliato: per servirci di un’immagine spaziale, la zona centrale risulta un po’ più spessa, mente l’intensità del suono si assottiglia nei registri gravi e acuti. Inoltre nella partitura è possibile vedere che la successione dei cromatismi degli archi sale semplicemente di gradino in gradino, mentre i gruppi di fiati eseguono accordi di terza che solo nella loro concatenazione danno luogo ad un organismo cromatico”. La ricerca timbrica di Ligeti, quindi, non lo abbandona neppure diversi anni dopo i maggiori capolavori per orchestra.

Si può dire che il Selbstportrait non è un caso isolato nell’opera di Ligeti anche considerando la composizione organistica (Volumina), dove si procede a sviluppare una forma che va oltre il metodo seriale. Come ha ricordato a suo tempo Ivanka Stoianova, Ligeti opponeva ad un’organizzazione totale dei parametri sonori (frequenza, ritmo, armonia, timbro) una ricerca sulla materia sonora, anticipando l’orientamento successivo della ricerca musicale. Dietro queste scelte sussiste un’idea della musica e della composizione che rifiuta, come ha scritto Armando Gentilucci, di “annegare l’estetico nell’ideologico”, evitando di sottostare a regole compositive destinate, come sappiamo, a rimanere sulla partitura più che essere fruibili all’ascolto. Monument. Selbstportrait. Bewegung non si sottrae certo a questo tratto inconfondibile dell’arte ligetiana. (a.d., o.g.)

Le citazioni sono tratte da Ligeti a cura di Enzo Restagno, EDT, Torino, 1985.

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