Per una storia del quartetto (I)

Prima parte di un’incursione nella storia del quartetto, una forma musicale senza tempo che, ancora oggi, sfida i compositori e gli interpreti.

 

Tesla Quartet

Tesla Quartet

Il termine quartetto è per molti sinonimo di musica “classica”. Non c’è dubbio che il quartetto strumentale si consolida, in quanto forma musicale, verso la metà del Settecento a seguito dello sviluppo della sonata trovando in compositori come Haydn e Mozart i cantori di un’armonia ritrovata quanto rassicurante. Ma la storia del quartetto è molto più ampia e giunge fino ai giorni nostri, attraverso fluttuazioni e trasformazioni altrettanto interessanti per l’ascoltatore che non si vuole fermare al periodo classico. Paul Griffiths, nel suo Musica del Novecento (ne abbiamo parlato qui), ricorda che “nel 1968 Boulez, per spiegare perché stava riscrivendo il suo Livre pour quatuor (1948-49) per orchestra d’archi, disse che era necessario perché il quartetto era ormai diventato obsoleto. Ma in realtà il genere non era mai scomparso, nemmeno in quell’epoca di forte negazione di tutte le forme convenzionali”. La fine degli anni Quaranta era l’epoca delle polemiche più accese sul rapporto con la tradizione, anche la più recente (Ravel, Stravinskij), e l’unico nome che sembrava poter sopravvivere tra i compositori della neoavanguardia era quello di Anton Webern, in particolar modo – notare il titolo- i suoi Cinque movimenti per quartetto d’archi aprivano la strada a molte soluzioni nuove. Il potere di annullare il peso della tradizione nel momento stesso in cui la si mette in gioco, come aveva già notato Adorno, è una delle caratteristiche della musica di Webern. Ogni compositore ha dovuto confrontarsi con la forma del quartetto, prima o poi. Gli atteggiamenti sono stati molto diversi tra loro, naturalmente. Due estremi possibili potrebbero essere rappresentati da Elliot Carter e da Xenakis, un musicista conservatore ma dalle grandi risorse e uno sperimentatore intransigente. Ma esistono molte latenze possibili, per esempio Milton Babbitt o Ligeti potevano apprezzare il quartetto per la sua “trasparenza sonora” (Griffiths) e, in altri termini, per quel certo grado di astrazione che si concilia bene con la ricerca armonica (si pensi al Secondo Quartetto di Ligeti). E’ anche il caso di Morton Feldman (Structures, 1951) e di Luciano Berio (Sincronie, 1963-64) oltre che di Ferneyhough (Sonatas for String Quartet, 1967). In direzioni ancora diverse vanno due grandi compositori che non hanno mai rinunciato al dialogo con il passato: Kurtág e Luigi Nono (nel caso di quest’ultimo, il principale riferimento è Fragmente-Stille). Tra i compositori più disponibili alla rielaborazione della forma quartetto, non possiamo non citare il celebre Quatour pour la fin du temps di Messiaen, il maestro di Boulez, e il quartetto per archi in Four Parts di John Cage (1950).

La storia della musica da camera, comunque, non potrebbe essere stata scritta senza il rilevante lavoro svolto dai quartetti specializzati in musica moderna e contemporanea, come il Composers Quartet, il Juilliard String Quartet, Arditti Quartet e Kronos Quartet – giusto per citare alcuni tra i più noti. Non bisogna dimenticare che se queste formazioni da camera hanno potuto svolgere un’intensa attività concertistica è stato anche grazie ad un cambiamento culturale dell’ascolto. Influenzato dal jazz e dalla musica rock, il pubblico ha progressivamente ampliato la sua attenzione, fino ad accettare senza troppi scandali compositori come Cage o Boulez, facilitando di fatto un cambiamento nella programmazione delle sale da concerto. I festival specializzati hanno fatto il resto, magari contando sulla notorietà di alcuni quartetti dal gusto eclettico, come Kronos Quartet. (a.d., m.s.)

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