Scene sonore: intervista con Apotropia

APOTROPIA1. Guardando i vostri video si ha l’impressione di una forte integrazione tra le immagini e il suono. La traccia narrativa – per esempio in ‘Drop’ (2016) o ‘Single Double Triple’ (2013)- è altrettanto rilevante. ‘The Kiss’ è più iconografico. I lavori più recenti, inoltre, sembrano lasciare maggiore spazio all’immagine come morfogenesi (Morphic Fields). Che ruolo attribuite alla narrazione e, in particolar modo, quale pensate che sia il contributo offerto dai suoni?

Una premessa: Drop è un’opera ancora in divenire, suddivisa in 7 capitoli, 3 dei quali ancora non realizzati. Il primo ad essere completato, “Kintsugi”, risale al 2014. Sebbene la nostra pratica si basi essenzialmente sulla composizione visual-musicale, alcune delle nostre opere sono guidate da un filo narrativo, come nella suite Drop. La narrazione però è una gabbia che deve poter essere piegata a piacimento, a volte anche resa invisibile, altrimenti c’è il forte rischio che possa trasformarsi in un tiranno. Il suono è l’elemento che dona al video una dimensione aggiuntiva, una profondità, che altrimenti non avrebbe. Ha il potere di amplificare qualunque aspetto all’interno di un audiovisivo: può fare da collante narrativo, da esaltatore di movimento, può rafforzare (o essere alla base di) un concetto e può agire sui centri emotivi anche più intensamente delle immagini.

2. Potete raccontarci come vi siete incontrati e da quali esperienze, sia formative che artistiche, siete partiti per dare forma al vostro sodalizio?

Quando ci siamo conosciuti, alla fine del 2002, Antonella era una danzatrice professionista e studiava Arti e Scienze dello Spettacolo Digitale all’Università di Roma “La Sapienza”. Cristiano lavorava come fotografo e cameraman e collaborava saltuariamente come compositore. Pochi mesi dopo saremmo stati vittime di un grave incidente stradale. Uno sconosciuto, a bordo di una macchina rubata. A rimetterci è stata soprattutto la gamba destra di Antonella, a rischio amputazione. Anche se dopo sette anni di riabilitazione e quattro interventi chirurgici è tornata a camminare normalmente, la sua carriera di danzatrice è finita lì su quell’asfalto. Quest’episodio ha trasformato radicalmente il nostro rapporto ed è stato il seme da cui poi sarebbe germogliato il nostro sodalizio. Il video, che è stato lo strumento tramite cui Antonella ha potuto continuare a ballare nonostante i suoi limiti, è stato soprattutto il medium che ci ha permesso di convogliare le nostre ricerche sulla danza, le arti visive e la musica.

3. Pensate che, al di là di ogni specifico progetto, ci sia una linea comune che accomuna tutti i vostri lavori?

Uno degli aspetti principali è senza dubbio l’esaltazione del legame tra il movimento del suono con quello delle immagini, che si collega alla nostra ricerca di un linguaggio universale, potenzialmente decifrabile da chiunque. La musica e la danza. Probabilmente ciò viene rafforzato dal nostro comune interesse per gli elementi ricorrenti nelle diverse culture del genere umano. Inoltre, da una prospettiva di pura pratica artistica, una volta pianificate le gabbie creative in cui muoversi e giocare, ad un certo punto qualcosa di inaspettato deve poter accadere. In questo senso, talvolta è con la stimolazione di elementi casuali, nel mondo fisico esterno o attraverso l’uso di software, che troviamo la situazione ideale a far sì che questo accada. Questa stessa esigenza si riflette concettualmente su uno dei temi situati alle fondamenta di molti nostri lavori: il rapporto tra l’azione progettuale umana e tutto ciò che è al di sopra di essa, che sfugge al controllo e alla prevedibilità. Il modo stesso di programmare la propria vita e gli eventi inattesi che la trasformano, cambiandone la direzione, come un incidente per l’appunto.

4. Con il nome di Apotropia siete attivi ormai da un decennio. Durante tutto questo tempo vi sarete fatti un’idea di come funziona il mondo della videoarte attuale e di quali interconnessioni restano possibili con il mondo musicale. Che cosa pensate della scena musicale e quali percorsi vi piacerebbe seguire, eventualmente, in quest’ambito?

Nonostante i nostri primi lavori risalgano al 2005, è stato solo nel 2013 che abbiamo ritenuto fosse giunto il momento di esporre le nostre opere in festival, musei e gallerie. Bisogna dire che in questi contesti è possibile riscontare grandi varietà e libertà creative, diverse nature e approcci alla questione stessa del fare arte. Per quanto ci riguarda le interconnessioni sono ben evidenti, dato che sono proprio le aree di intersezione tra la musica, le arti performative, e il cinema a destare in noi maggiore interesse, quelle aree che sparirebbero se venisse a mancare uno dei componenti. Pensando ad una nostra presenza nella scena musicale, sarebbe attraverso il modo in cui già presentiamo i nostri live, ovvero un incrocio tra un concerto di musica elettronica e una performance audiovisiva, come Morphic Fields, una sorta di contenitore modulare in cui convogliano diversi lavori nelle loro versioni dal vivo, più estese e soggette a modifiche ed evoluzioni in tempo reale.

5. Uno dei problemi più sentiti dagli artisti è l’organizzazione del lavoro in vista di festival e/o commissioni. Le vostre opere viaggiano molto in giro per il mondo, come si può vedere anche dalle roadmap sul vostro sito. Come vi organizzate? Vi date sempre dei ruoli distinti oppure condividete ogni fase del progetto?

Tutti i nostri lavori dal 2013 in poi sono realizzati da noi in ogni fase e in totale autonomia. Facendo tutto da soli non abbiamo bisogno di comunicare ad altri le nostre intenzioni. I nostri progetti iniziali sono perciò costituiti per lo più da brevi appunti, tracce musicali, illustrazioni o brevi storyboard. Sono come degli inneschi che hanno lo scopo di far emergere gli elementi su cui lavorare. La condivisione di ogni fase, organizzativa e creativa, è alla base della nostra collaborazione.

Web site: www.apotropia.com

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