Edgar Varèse e il suono impossibile

Il primo appuntamento di Rai Nuova Musica offre, accanto a Grisey e Magnus Lindberg, un assaggio dell’arte compositiva di Edgar Varèse: Amèriques.

 

Edgar VarèseE’ difficile trovare un simbolo dell’avanguardia del Novecento più eloquente di Edgar Varèse. Forse soltanto John Cage gli tiene testa tra i “classici della modernità”, come ormai vengono definiti. Ma chi era Edgar Varèse? Nato a Parigi verso la fine dell’Ottocento, Varèse appartiene alla cultura del nascente secolo delle macchine. Insoddisfatto dei suoi studi musicali e dell’ambiente parigino, parte ancora giovane per Berlino dove incontra Ferruccio Busoni, Richard Strauss e ascolta il Pierrot Lunaire di Schoenberg. Ormai saturo di avvenimenti sociali e politici, nel 1915 Varèse lascia l’Europa per gli Stati Uniti. Qui rivestirà un ruolo importante per la diffusione della musica contemporanea, come direttore d’orchestra. Le sue ricerche musicali sono destinate a raccogliere più frustrazione che successi, principalmente a causa dell’arretratezza del contesto musicale, ancora poco evoluto sul piano dell’analisi del suono. Il catalogo delle opere di Varèse, com’è noto, non è molto ampio e culmina in quello che si può definire il manifesto dell’avanguardia sonora: Poème électronique (1958). L’influenza che Varèse ha avuto sugli altri compositori, dopo la morte avvenuta nel 1965, è immensa e non conosce frontiere geografiche. “Che cosa sarebbe stata la mia vita senza Varèse? Perché, nel mio io più segreto e infido, sono un imitatore” ha scritto, per esempio, Morton Feldman. “Non è la sua musica, il suo «stile», che imito; è il suo atteggiamento, il suo modo di stare al mondo. E così, periodicamente, vado a un concerto a sentire una sua composizione, oppure telefono per prendere appuntamento con lui, con uno stato d’animo non dissimile da quello di un pellegrino che va a Lourdes con la speranza della guarigione”. L’ammirazione di Feldman emerge chiaramente da queste righe scritte nel ’66, quando il nome di Varèse cominciava ad entrare nella leggenda. Un altro compositore segnato dall’estro varesiano è stato Iannis Xenakis (1922-2001). Era “il nostro grande alchimista” afferma il compositore di origine greca in un omaggio (Il diluvio dei suoni), risalente alla metà degli anni Sessanta: “Lo scopritore di terre vergini, l’inventore di una nuova forma di combinazione dei suoni. Certo, tutti i grandi compositori hanno attraversato una fase di ricerca delle sonorità. Si pensi a Beethoven e Debussy – ma poi sono sempre tornati a concentrarsi sui problemi della forma. Varèse è forse il primo a essersi fidato soltanto del proprio istinto, a concepire e padroneggiare il suono in sé, il suono non misurabile. Il primo a “comporre i suoni invece di scrivere note di musica”. Il colore sonoro, dunque, il valore timbrico è qualcosa che ha dovuto passare per le mani di Varèse prima di essere accolto dalla comunità musicale e dagli ascoltatori ancora oggi perplessi, forse, all’ascolto delle sirene e delle percussioni di opere come Ionisation o Amèriques. Xenakis inneggiava alla fisica del suono, e per il critico Makis Solomos l’accostamento Varèse/Xenakis si spingerebbe oltre, verso una concezione del fatto musicale di matrice scientifica. Nei suoi scritti, in effetti, Varèse rilanciava l’antica tradizione pitagorica ma rivestendola di uno spirito anti romantico: “Mi ispiro spesso alla matematica superiore o all’astronomia perché queste scienze stimolano la mia immaginazione e mi danno l’impressione di un movimento, di un ritmo. C’è per me, maggiore fertilità musicale nella contemplazione delle stelle – meglio se attraverso un telescopio- e nella sublime poesia di certe esposizione matematiche che non nei più ispirati sproloqui degli uomini”. Per informazioni: Rai Nuova Musica 2017: The future sound of classical (a.d., o.g.)

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