Morton Feldman: Rothko Chapel

Due artisti, un compositore e un pittore, s’incontrano nei primi anni Settanta. Entrambi ai margini dell’establishment, trovano uno spazio dove fare risuonare distanze e analogie.

 

RothkoMorton Feldman ha amato la pittura quasi quanto la musica. I suoi incontri con i pittori (Philip Guston, De Kooning, Rothko) non sono stati soltanto un’occasione di riflessione ma anche di produttività musicale, come se non potesse guardare un quadro senza pensare alla musica. Nel caso particolare della Rothko Chapel, inoltre, le somiglianze con l’opera di Feldman sembrano moltiplicarsi grazie del tema concreto dello spazio. Spazio da percorrere, spazi da ascoltare: “In larga misura, la scelta degli strumenti (sotto il profilo delle forze messe in campo, del bilanciamento reciproco e del timbro) fu influenzata sia dallo spazio della cappella sia dai quadri” spiega Feldman in uno scritto dedicato a questa composizione dei primi anni Settanta. “Le immagini create da Rothko arrivano fino al bordo della tela e io volevo ottenere il medesimo effetto con la musica: volevo che permeasse l’intera sala ottagonale, non che andasse ascoltata da una certa distanza. Il risultato è un po’ quello che si ottiene nelle registrazioni: il suono è più vicino, più prossimo, fisicamente, a chi ascolta, che non ha in una sala da concerto. Il ritmo complessivo nei dipinti così come Rothko li aveva disposti creava una continuità ininterrotta. Mentre con i quadri era possibile reiterare colore e scala senza diminuire l’interesse drammatico, mi pareva che la musica richiedesse una successione fluida di sezioni fortemente contrastate e dai confini sfumati. L’immagine che avevo era quella di una processione immobile, un po’ come nei fregi dei templi greci.” In effetti, si tratta proprio di un tempio, ovvero di “un ambiente spirituale come luogo di contemplazione, dove uomini e donne di tutte le fedi, o di nessuna fede, possono meditare in silenzio, in solitudine o insieme”. Feldman fornisce all’ascoltatore una precisa descrizione del brano: “le sezioni si potrebbero caratterizzare nel modo seguente: 1) un inizio declamatorio abbastanza lungo; 2) una sezione «astratta» più statica, per coro e campane tubolari; 3) un interludio motivico per soprano, viola e timpani; 4) un finale lirico per viola con accompagnamento di vibrafono, a cui si aggiunge successivamente il coro con un effetto di collage”. Ma questa visione nitida, precisa, non è priva di risvolti autobiografici che aprono squarci inediti sul lavoro di uno dei compositori più ammirati del modernismo americano: “In Rothko Chapel ci sono alcuni riferimenti personali. La melodia di soprano, per esempio, fu scritta il giorno dei funerali di Stravinskij a New York. La melodia vagamente ebraica suonata dalla viola alla fine era stata composta quando avevo quindici anni”. Certi intervalli in tutto il pezzo rievocano la sinagoga”. Se si considera che la prima composizione per pianoforte di Feldman risale alla fine degli anni Quaranta, si può ipotizzare che Rothko Chapel rappresenti il punto d’arrivo – possiamo dire il capolavoro?- di un percorso iniziato molti anni prima giocando, in modo magistrale, con la distanza e con il silenzio (a.d., o.g.)

Le citazioni sono tratte da Morton Feldman: Pensieri verticali, Adelphi 2013.

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