Pianisti del nostro tempo: Alexandre Tharaud

Tharaud

© Marco Borggreve

Poliedrico e leggero, questi ci sembrano gli aggettivi più adatti al pianista Alexandre Tharaud. Il pubblico internazionale l’ha conosciuto come interprete di Scarlatti e di Rameau, prima del lungo affondo nella tradizione romantica e postromantica. Pertanto, è facile intuire a quale gusto il nome di Tharaud viene accostato: quel gusto francese che richiede un tocco brillante e una levigatezza che giunge fino al manierismo. In fondo, il clavicembalo è stato il primo strumento che Tharaud ha deciso di “adattare” al pianoforte, con buono scandalo sia dei puristi del pianoforte che della musica antica. Un ghiaccio che fonde lentamente, ma dentro non è freddo: un’altra immagine che viene in mente ascoltando il pianista parigino. Difficile non restare coinvolti dal suo lavoro intepretativo sulle partiture di Rameau, Scarlatti e Couperin. Prima di arrivare a pubblicare le “sue” Variazioni Goldberg (Erato) – un punto d’arrivo tra i più eccelsi per qualsiasi pianista o clavicembalista-, il percorso è stato lungo e costellato di splendidi incontri. Alcuni, forse, più difficili di altri (Gabriel Fauré, per esempio, richiede un trattamento molto lontano dalle corde più spontanee di Tharaud). In ogni caso, una manciata di anni ed eccolo “bruciare” le risorse di Satie, Mozart, Bach e adesso – non ultimo sul piano estetico quanto tecnico- Rachmaninov. Il compositore russo è, infatti, l’ultimo tassello del mosaico che Tharaud sta portando in tour quest’inverno. Non mancano, naturalmente, nel repertorio di Tharaud alcune incursioni significative nei territori contemporanei di Kagel (Æon, 2003), Thierry Pécou (Harmonia Mundi, 2008) e nella colonna sonora (Amour di Michael Haneke).

Se Tharaud ha un talento, è quello di saper sperimentare nuovi paesaggi pianistici, dove solitamente l’interprete si accontenta di bruciare le tappe. Il suo Couperin suona, per esempio, come un tentativo “avanguardista” ante litteram: chi avrebbe osato fare altrettanto, oggi che la carriera di un interprete è, il più delle volte, dettata al computer dal suo manager? Niente da fare, Tharaud non ha peli sulla lingua. Se fosse uno scrittore, probabilmente disturberebbe la placida accondiscenza di certi lettori. Bisogna dire, comunque, che gli si perdona tutto facilmente. Dato che ha firmato i suoi primi dischi e concerti con un tocco inconfondibile, molto apprezzato specialmente tra Francia e Germania, il passaggio al repertorio romantico non deve essere stato privo di qualche attrito. Ma come Tharaud ha detto più volte nel corso delle sue interviste, per essere autentici non occorre rispettare un’epoca o uno strumento particolari, quanto sapere immaginare di nuovo la musica che si sta suonando. Persino il suo Satie si allontana, in questo senso, da quanto abbiamo ascoltato prima per abbracciare il presente o, se si preferisce, la contemporaneità. Il compito dell’interprete, in fondo, è proprio quello di riuscire a rendere presente il passato proiettandolo nel futuro. Tharaud non celebra niente e nessuno, piuttosto traduce ciò che suona un passo oltre il momento in cui lo si ascolta. Rameau o Bach, in questo modo, diventano contemporanei. In realtà, lo sono sempre stati. (a.d., m.s.)

Web site: www.alexandretharaud.com

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