Kaija Saariaho e la passione di Simon Weil

Il 2016 è stato un anno importante per Kaija Saariaho. Dopo l’oratorio La Passion de Simone, dedicato a Simone Weil, la musica di Saariaho ha incontrato l’universo pulviscolare e complesso di Ezra Pound con Only the sounds remains. Riproponiamo il ritratto di questa importante compositrice.

Kaija Saaraiho

© Juha Tormala

Nella formazione musicale di Kaija Saariaho non stupisce di trovare un’inquietudine che è, nei primi anni, una fuga verso l’Europa. All’inizio degli anni Ottanta, infatti, segue i corsi di perfezionamento di Ferneyhough e di Huber presso la Musikhochschule di Friburgo. Dopo è la volta dell’Ircam di Parigi, dove entra nel mondo dei suoni elettronici. Qui trova una certa assonanza d’intenti con il gruppo di ricerca di cui facevano parte compositori come Tristal Murail e Gerard Grisey: lo spettro sonoro diventa una componente fondamentale del lavoro di Saariaho. Alla fine degli anni Ottanta, lei è già una voce ben conosciuta della musica contemporanea, e nei primi anni Novanta la Finnish Broadcasting Company incide alcune sue composizioni come Du cristal e il concertante …à la fumée. Ma l’incisione che ha maggiore successo è certamente quella del Kronos Quartet (con l’opera Nymphea) che diventa “record of the year” (etichetta Ondine) e che precede di poco la registrazione della prima opera teatrale di Saariaho, L’amour de loin, diretta da Kent Nagano. Come il lettore avrà intuito dalle date, il rapporto che Saariaho ha instaurato con il teatro è abbastanza recente. La sua conoscenza di Simone Weil risale al tempo dei primi soggiorni all’estero, come ha raccontato lei stessa in alcune interviste. La traduzione finlandese de La pesanteur et la grâce l’aveva portata a conoscere il pensiero di una scrittrice che, qualche anno dopo, andrà ad aggiungersi ai ritratti femminili che trovano spazio nel suo repertorio, come ombre necessarie ad un suono fragile e forte allo stesso tempo. Si potrebbe dire che come la Weil ha tentato di trasfigurare il pensiero gnostico in un atto di preghiera e di poesia, così Saariaho ha tentato di trasfigurare la tensione trascendente di Weil in un teatro sonoro: un universo rarefatto, di grande impatto e coerenza rispetto alle sue precedenti composizioni. Fortuna vuole che se ne siano occupati registi di grande talento come Peter Sellars e Jean-Baptiste Barrière, per non dire della cantante Dawn Upshaw che è, da sempre, un’estimatrice della musica di Saariaho.

La Passion de Simone non si limita a riprendere stilemi conosciuti del lavoro della compositrice, ma s’inscrive nella grande tradizione del Mistero medievale o delle Sacre rappresentazioni di antica memoria, mostrando il suo carattere di responsorio e di laudatio, e il minimo che si possa dire è che intreccia superbamente le reiterazioni testuali con gli interventi del coro. Non mancano aspetti realistici nella partitura: la quinta stazione è ambientata nelle officine Renault e l’undicesima durante la Secondo guerra mondiale. Senza retorica né manierismo, il contesto storico si sposa al suono ed è merito anche del librettista, Amin Maalouf, se il canto e la messa in scena possono armonizzarsi nel rispetto della parola e dei testi di Simon Weil. D’altra parte, che ci fossero le premesse per un dialogo con la scrittrice francese è avvertibile anche in altre composizioni, come il quartetto sopra citato Nymphéa o la precedente opera – dai colori altrettanto diafani e a tratti cristallini, sempre su libretto di Maalouf- L’amour de loin. (a.d.)

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