Progetto Ensemble: intervista con il Duo Maclé

Dopo la pausa estiva riprende il progetto Ensemble con questa intervista al duo Maclé. Sabrina Dente e Annamaria Garibaldi ci raccontano il loro percorso tra musica classica, jazz e contemporanea.

 

Duo Maclé

Duo Maclé

1. Il vostro duo pianistico ha ormai una lunga storia alle spalle: nasce nel 2003 e comincia a ottenere i primi riconoscimenti con il Concorso Internazionale “Roma 2004”, dove vincete il secondo premio nella sezione a quattro mani. Dopo è la volta del “Premio Carisch” per la migliore interpretazione di un brano di Sergio Calligaris. A questo punto comincia un lungo viaggio attraverso i festival di città quali Roma, Milano, Padova, Vicenza, Torino, Novara, Bologna e molte altre. Amate anche collaborare con i teatri e con i progetti di musica jazz.

Tra queste esperienze quali pensate che vi abbiano segnato di più, fino a questo momento, dal punto di vista artistico o interpretativo?

Sicuramente ogni esperienza ha un suo colore, un suo suono. Come un brano musicale sempre diverso ogni concerto ci ha consentito di arricchire le nostre diversità umane e professionali che continuiamo a scrivere sul pentagramma delle nostre esperienze. Abbiamo compreso che è necessario uscire da quella roccaforte impenetrabile dietro la quale troppo spesso la musica “forte” si trincera, per vivere la musica nella sua interezza e complessità, lasciandoci affascinare, trascinare e sconvolgere da ogni sua dimensione. Ecco perché da Mozart strizziamo l’occhio a Piazzolla, parliamo con Rachmaninov e immediatamente dopo ascoltiamo i discorsi musicali che le nostre mani intrecciano con Giuseppe Verdi, ci immergiamo in Stravinskij e chiudiamo gli occhi nelle improvvisazioni di Bolling. Questo è il segno di cui ti parlo, non unico o univoco ma il lasciarsi attraversare dai segreti infiniti della musica. La sfida artistica diviene appunto il ritrovarsi e riconoscersi in ogni epoca, genere, stile, desiderose di offrire la nostra visione interpretativa di ciascun autore, anche il più ostico per noi e forse per questo più motivante da raggiungere. Diventa un po’ come svelarci a noi stesse grazie alla disponibilità ad accogliere il “nuovo” per noi.

2. Leggendo il vostro repertorio si rimane colpiti dall’intreccio di classica e contemporanea: Bach, Samuel Barber, Beethoven, Claude Bolling, Alfredo Casella, Malcolm Dedman, Bizet, Gershwin, Hindemith, Scott Joplin e così via. Come vi siete accostate al repertorio contemporaneo? Avete subìto delle influenze particolari, vivendo in contesti che vi hanno suggerito di sperimentare altre vie al di fuori della classica?

Che senso avrebbe far musica oggi senza la musica di oggi? Per noi è fondamentale intessere un dialogo serrato con i protagonisti che danno vita alle nuove opere. Dialogo non semplice, spesso intricato, ma che non ci ha mai fatto perdere l’entusiasmo di comunicare. Quando esegui un brano hai una doppia responsabilità: parlare dell’autore al pubblico, parlare di te attraverso quell’autore. Quando il compositore è in sala senti, in più, il suo ascolto emotivo che ti parla e che ti cerca ed è un’emozione aggiuntiva, inspiegabile, che va a rendere ancora più denso quel clima estatico che si crea. Le tue mani sono lì, con i tuoi pensieri musicali, pronte ad essere strumento di parola sonora e contemporaneamente portatrici di un potere immenso di amplificazione della conoscenza umana. Suoniamo musica di oggi da quando siamo nate come duo, non potrebbe essere diversamente proprio per come noi siamo: curiose di vita, ghiotte di umanità, stuzzicate dall’idea di far parte di una contemporaneità che noi stesse contribuiamo a creare. Dapprima l’esperienza francese, con i Rencontres Internationales temp’óra di Bordeaux, in seguito l’ingresso nella SIMC (Società Italiana di Musica Contemporanea), ci hanno spalancato le porte al mondo difficile della musica d’arte attuale. Dico difficile perché effettivamente osteggiata da un mercato imperante di “schizofonia” contro il quale occorrono strumenti culturali solidi per sopravvivere e porre le basi per iniziare a riscrivere nuovi testi forti. Noi proviamo almeno a lavorare sulla punteggiatura…

3. Un duo è una formazione tra le più delicate. Oltretutto suonate lo stesso strumento. Quando intervistiamo formazioni da camera come i quartetti o i quintetti emerge sempre la rilevanza del dialogo. Voi come trovate i vostri punti d’intesa? Rispetto allo strumento vi date dei ruoli precisi, per esempio, come accade ad un primo violino o qualcosa del genere?

Mi piace la parola che usi: delicata. Una formazione che apre al “giardino delle delizie”. Le delizie della vita: il rispetto, l’amicizia, l’ascolto reciproco che trovi nel silenzio, l’esserci anche nel dubbio, il comprendersi a volte senza capirsi. Fra noi tutto questo c’è e sono cose che non si possono cercare. Si trovano. Si trovano nella vita come sulla tastiera. Se dovessimo cercarle non avremmo tempo per dedicarci alle nostre esplorazioni sonore, al nostro dialogo musicale. Lì sì, ricerchiamo, si può dire che la nostra ricerca artistica viva nella musica, essendoci trovate come Sabrina e Annamaria, come Maclé, così ci chiamiamo reciprocamente e così ci chiamano le persone che imparano a conoscerci. Non è livellamento delle singole personalità, ma identità di duo che, proprio grazie alle diverse peculiarità che si fanno uno, è complessa e multidimensionale. Maclé significa cristallo, in gemmologia, un cristallo che nasce bipartito e che nel doppio ricostituisce l’unità. Un nome francese di cui abbiamo subito amato il suono e il significato simbolico evocatore. I ruoli ci sono e sono fissi, seppur nell’estrema flessibilità. Non un controsenso ma un sano “andamento pucciniano”: come in qualsiasi opera di Giacomo (con direttore illuminato!) la musica va e va perché non può che essere così. È tutto scritto, è tutto lì. Devi farti prendere dalla regola, dal rigore, dalla precisione, averne consapevolezza e poi dimenticarti di tutto e fluttuare in quei tempi che Toscanini snaturò spesso per capriccio o per vezzo, ma che se lasci cantare liberamente non possono che restituirti l’eco di te stesso e di quello che sei lì a cercare, quel giorno, in quell’ora, in quella particolare circostanza.

4. Potete anticiparci qualcosa dei vostri progetti per il futuro?

Il progetto a più lungo termine è quello di trasferirci per la pensione a Cuba, di acquistare un locale e mettere su un Maclé Caffè per organizzare il “Festival Lecuona” con artisti internazionali e sete di musica e di vita. Al di là del sogno… ciò che ci sostiene è la certezza del Duo. Il sapere che nel tempo possono cambiare le circostanze esistenziali, il lavoro, le amicizie, ma che il nostro desiderio di suonare insieme saprà sempre resistere. Mi viene in mente il brano di Casella “In Russia: carica di cavalleria cosacca”, da “Pagine di guerra”, un esercito al galoppo che avanza pian piano, man mano che si avvicina, producendo un fragore assordante, sempre più tumultuoso, fino a quando un finale improvviso e inaspettato lo zittisce. È un po’ così che ci pensiamo. Un duo battagliero che affronta con coraggio e determinazione le sfide musicali del suo tempo e che grida a favore dell’arte fino a quando avrà fiato in gola. Contemporanea quindi, concerti, concorsi, masterclass, formazione dei giovani, dei giovanissimi, delle persone in difficoltà o in situazioni particolari. Ci piacerebbe molto suonare in carcere, in ospedale, portare con il Maclé la speranza, o per lo meno un po’ della luce brillante che il nostro “cristallo” emana (così dicono…) Per il resto, ti ringraziamo per l’opportunità che offrite con questo progetto, dando voce con le vostre interviste, a chi la musica la cerca ogni giorno. C’è tanto bisogno di parlare di musica…in realtà c’è tanto bisogno di musica. Spesso non ce ne rendiamo conto: la trangugiamo senza assaporarla, senza darci neanche la possibilità di scegliere fra un pessimo vino aceto e un ottimo whisky canadese.
Parliamone ancora…Magari a Cuba?!

Web site: www.duomacle.it

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