L’altro volto della musica classica

Chi ascolta la classica non deve per forza scegliere tra Beethoven e Giovanni Allevi. Negli ultimi anni sono emersi fenomeni nuovi che confermano il bisogno di comunicare senza smettere di guardare al futuro del linguaggio musicale.

2Cellos

2Cellos

Una delle cose che i critici non dicono o non hanno mai detto dei Rachel’s è che le loro fonti d’ispirazione devono molto alle atmosfere fin de siècle. Non è soltanto il loro famoso omaggio a Egon Schiele a possedere questo fascino ambiguo, ma anche brani come M. Daguerre, incluso nel loro album d’esordio Handwriting del 1995. Fondato dal chitarrista Jason B. Noble, insieme a Christian Frederickson (viola) e Rachel Grimes (pianoforte), l’ensemble ha prodotto album che oscillano felicemente tra la musica da camera, la minimal music, le dissonanze della prima avanguardia (The Sea And The Bells contiene diversi momenti di questo genere), senza dimenticare le dipendenze acquisite dal rock e dal jazz. Si è parlato, all’epoca, di new wave ma se vi appartiene nello spirito libertario e decadente, Handwriting va oltre i limiti compositivi di certe band new wave, flirtando semmai con il minimalismo ma – anche in questo caso – senza sposarne l’ideologia di un suono epurato da ogni leitmotiv. L’anno dopo Handwriting esce Music for Egon Schiele (1996), un album cerniera nella loro carriera. Qui la distanza dalla scena new wave si fa più netta e si orienta verso la classicità: atmosfere pianistiche morbide ed evocative (Rachel Grimes), riferimenti culturali “alti” (Secessione viennese), melodie per viola che s’intrecciano con il pianoforte secondo i registri della musica da camera ma al tempo di Erik Satie. A tratti, la musica per archi si distacca per volteggiare come su uno sfondo decorato a scaglie d’oro di Klimt. Anche se si sono sciolti ufficialmente nel 2012, dopo la morte del chitarrista e fondatore Noble, l’esperienza è maturata nell’attività da solista di Rachel Grimes (si può leggere un’intervista qui).

Anche senza ricorrere a compositori come Yann Tiersen o Ludovico Einaudi, è ormai evidente che la scena della musica classica si organizza attorno a eventi diversi dal passato, coinvolgendo un pubblico che, fino all’altro ieri, non sarebbe entrato in una cosiddetta “sala da concerto”. Luka Sulic e Stjepan Hauser, i due giovani violoncellisti croati conosciuti come 2Cellos, hanno scelto anche loro l’eclettismo sonoro portandolo verso vette insolite, tra Bach, Vivaldi e i “vecchi” AC/DC. Ossessionati fin dall’infanzia dal loro strumento musicale prediletto, ma poco inclini a considerarlo un lacrimoso omaggio alla tradizione romantica, Sulic e Hauser hanno alle spalle studi impeccabili (Royal Academy of Music), e da quando hanno concluso gli studi si sono gettati in una vera e propria maratona di concerti e di eventi live. Ciò non ha impedito ai due violoncellisti di appendere alla parete premi come lo European Broadcasting Union Competition “New Talent” (2006) né di lavorare al fianco di Maestri come Mstislav Rostropovich, Bernard Greenhouse e Ivry Gitlis, per citarne alcuni. Eppure la sensazione che danno, al di là del palcoscenico, è di appartenere più allo show business che alla musica in sé (la tendenza è quella di David Garrett, non esattamente un interprete indispensabile). Specchio dei tempi? Non proprio, visto che altri musicisti prendono strade diverse, dove il vero protagonista rimane l’ascolto.

Julia Kent, per esempio, suona anche lei il violoncello ma il suo mondo è dominato dal cinema e dalla danza. Canadese e newyorkese d’adozione, Julia Kent ha fatto udire la sua voce con l’album d’esordio Delay (2007) ed è subito stato chiaro che la vita emotiva e privata era il terreno congeniale al suo modo di comporre. Green and grey è, in un certo senso, un’estensione del primo lavoro ma va già in altre direzioni, accentuando l’interesse della violoncellista per il suono elettroacustico. Non sorprende che il cinema l’abbia adottata volentieri. Infatti dopo l’uscita di Character nel 2013, Julia Kent ha cominciato a fondere i suoi concerti con le colonne sonore portate sul palco di festival come il Primavera Sound di Barcelona, il Donau festival (Austria), il Meltdown londinese e lo Unsound festival di New York. Invece di chiedersi, con tono apocalittico, che fine farà la musica classica, come amano fare a volte i giornalisti, forse bisognerebbe osservare più da vicino ciò che avviene ai margini del sistema discografico, dove spesso le sorprese non mancano. (a.d., o.g.)

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