Feldman/Beckett: mondi impenetrabili ai limiti del suono

Due artisti enigmatici, una collaborazione improbabile. Neither occupa un posto a sé nella musica americana, vicino all’astrattismo e al teatro della voce.

 

Feldman-BeckettNonostante il fascino che la musica ha avuto su Samuel Beckett, a tal punto da spingerlo a inserire degli estratti da un quartetto di Schubert in un’opera come All That fall, lo scrittore di origine irlandese era alquanto restio a mettere in musica i suoi testi. Alla reticenza si aggiungeva l’avversione per l’opera lirica, ma non si può dire che questi limiti abbiano funzionato da deterrente quando Morton Feldman si trovò a collaborare con il drammaturgo. Una collaborazione destinata a fare epoca: stiamo parlando di Neither, un’opera che ha un ruolo tutt’altro che marginale nel catalogo del compositore statunitense. I due artisti si erano trovati d’accordo sul piano poetico. Entrambi, infatti, ostentavano una totale indifferenza per le convenzioni, teatrali o musicali che fossero, ed un rifiuto netto di sottomettersi alle aspettative del pubblico. Si direbbe che la laconicità li ha uniti più del previsto. Beckett non voleva scrivere più di tanto, Feldman non desiderava comporre musica da “ascoltare” come si ascolta qualsiasi altra musica a teatro o al cinema. Intendeva, al contrario, continuare a cercare nella direzione che la sua musica aveva aperto sulla scia di Webern – una folgorazione che condivideva con il suo amico John Cage– e di certa pittura (Franz Kline, De Kooning, Philip Guston), dato che Feldman considerava la composizione musicale come una specie di grande quadro astratto. Beckett scriverà un testo stringato, laconico e intenso, di appena sedici righe e lo darà in pasto a Feldman, per così dire, che ci lavorerà sopra con la consueta perizia. E’ nel 1977, un anno dopo il loro primo incontro, che finalmente vede la luce il progetto nella sua prima messa in scena a Roma. Viene registrato soltanto nel ’90 dall’Orchestra radiofonica di Francoforte con il soprano Sarah Leonard nella parte solista. Rimasto a lungo fuori commercio, Neither è stato ristampato dall’etichetta Hat[now] Art (catalogo prestigioso, come tutti gli amanti della contemporanea sanno bene). Neither è stata definita un’anti-opera. Priva di una vera e propria narrazione così come di personaggi, si affida essenzialmente al suono e alla voce solista per evocare quello che, secondo lo stesso Beckett, è una sorta di autoritratto e di summa estetica nella quale confluiscono temi cari all’autore di Waiting for Godot: il fallimento, l’impoverimento dell’orizzonte umano, la disperazione mista al grottesco, lo straniamento della coscienza. A dispetto della brevità del testo, il frutto della collaborazione Beckett-Feldman emana un forte senso della presenza, essendo, in fin dei conti, un monologo introspettivo sul tempo perduto. Forse sulla scia di Erwartung di Schoenberg, ma con tutt’altra intenzione stilistica. Assistiamo alla dilatazione del tempo che non approda mai ad una “risoluzione” di qualche genere, neppure nel senso musicale del termine. Non si tratta di un caso, naturalmente, ma di una precisa scelta da parte di Feldman che sposa la linea scarna, la “desertificazione” beckettiana, come altrove aveva fatto con Rothko o con il più gestuale – ma altrettanto ascetico- Franz Kline. Come notava anche il critico musicale Laurent Feneyrou, “nella tradizione musicale europea ciò che si ascolta è in realtà inscritto in una struttura, in un racconto o in un dramma”, con il risultato quasi inevitabile di ridurre le possibilità dell’ascolto stesso ad una “metafora” del testo letterario (il saggio di Feneyrou si può leggere sul sito del BRAHMS-Ircam). Ma né Feldman né Beckett amavano le metafore. Dunque, si potrebbe dire che così come Beckett fuggiva dalla letteratura come establishment, allo stesso modo Feldman tentava una fuga dal “contenuto” della musica, da quel genere di psicologismo tardo romantico che non ha molto a che vedere con dell’esperienza del suono in sé. (a.d.)

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