Scene sonore: intervista con Yuval Avital

In quest’intervista proviamo a raccontarvi come vede il mondo Yuval Avital, uno dei compositori più coinvolgenti e prolifici degli ultimi anni. Le sue composizioni sono anche opere d’arte totali che fondono più linguaggi e che recano con sé il segno dei tempi.

 

1. Il tuo ultimo concerto come chitarrista classico risale al 2007. Dopo quel momento, hai deciso di lasciare la classica per dedicarti a quella che è attualmente la tua musica. Puoi raccontarmi com’è avvenuto il cambiamento?

Yuval Avital

photo © Benny Steiner

Un musicista vive la realtà a diversi livelli. C’è l’influenza dell’ambiente che frequenti e di cui fai parte, come la classica a cui alludevi o il mondo del jazz oppure qualsiasi altro genere musicale. C’è anche la possibilità di adattare il mondo nel quale vivi e che ti influenza, diventando così qualcosa di diverso da un semplice ascoltatore…Diventa un ruolo, come per certi musicisti portatori di una tradizione o per un deejay. Nel mio caso, devo dire che ho sempre avuto un forte rifiuto per ogni identificazione, per ogni identità. Non riesco a non chiedermi “perché?” Il mio percorso è nato da certe domande. Ho cominciato dalla musica rock, dalla chitarra elettrica. Ma sapevo che non appartenevo nemmeno a questo mondo, e sono passato al jazz. Anche nel jazz si tratta di eseguire sempre e di ripetere certi stili per assimilarli e, prima o poi, farli propri. Mi trovavo in una città come Gerusalemme e facevo molta improvvisazione, ogni venerdì partecipavo alle jam session dove partendo da due standards si faceva del free anche per sei ore…C’era di tutto sul palco, poeti bizzarri, ballerini, musicisti classici. Era una specie di rituale. Ma anche con la chitarra jazz sentivo che mancava qualcosa, così a diciassette anni ho smesso con il jazz e ho cominciato a studiare chitarra classica. Naturalmente il passaggio è molto difficile, il suono o il legato perfetto, per esempio, non lo ottieni senza un duro lavoro, otto dieci ore al giorno. Ad un certo momento sono arrivato a suonare in un trio che avevo fondato alla Jerusalem Music Academy, suonavamo soltanto musica contemporanea. Finita quell’esperienza sono arrivato in Italia. Mi era diventato chiaro che non aveva senso continuare la vita dell’interprete, che suonare Bach era meno importante per me che relazionare in tempo reale con il mondo. Per me in realtà l’elemento cruciale è il dialogo e nella musica tendo a ricreare la situazione del dialogo reale che non è soltanto una questione d’interpretazione. C’è un elemento sacro che ho appreso anche per via familiare, credo che quest’influenza sia stata più importante per me, perché per sua natura fonde il teatro, la musica, il movimento, i gesti, la danza. Ho imparato nel tempo ad affrontare progetti nei quali c’è sempre una transizione tra musica scritta e musica non scritta, tra l’immagine e la musica o tra la musica, la voce e il gesto. Tutto questo si è condensato nel mio lavoro Slow Horizon (2006), dove per la prima volta, credo, ho potuto mettere a punto questo “modello” di opera dove lavoro su più elementi allo stesso tempo. Posso dirti che ho capito che in una partitura che deve andare al di là del suono, l’elemento comune rimane, essenzialmente, il tempo. Una gerarchia di avvenimenti può essere organizzata in molti modi diversi, ma le idee avvengono sempre attraverso il suono. Per me è stata fondamentale anche l’esperienza del dipartimento di musica elettronica al Conservatorio di Milano, e poi dal 2008 in poi ho iniziato a lavorare a tutti gli aspetti di un progetto, anche sulla parte video e sugli elementi che puoi controllare secondo una griglia compositiva più o meno ampia, ma questo si può fare soltanto grazie alla programmazione e all’elettronica.

2. Venendo a progetti più recenti, Silent quartet (2015) è un lavoro per quartetto d’archi, video e live electronics dove hai coinvolto il quartetto Lyskamm che abbiamo intervistato di recente per il progetto Ensemble. Com’è nata la vostra collaborazione?

E’ stata una commissione per EstOvest Festival. Silent quartet è un lavoro dove l’elemento sonoro è molto importante, ma c’è anche una parità tra il suono e l’immagine. Mi era stato proposto un tema quell’anno, la pelle. Un tema difficile, il rischio in questi casi è di fare qualcosa di superficiale o di buonista, ma poi ho pensato che la migrazione è ovunque intorno a noi. Anch’io mi considero un migrante. Siamo tutti dentro nel cerchio della vita, per tutti c’è un viaggio da compiere. Soltanto che per il migrante il viaggio è doppio, psicologico e fisico. Ho usato una tecnica cinematografica che chiamo silent interview, nella quale l’intervistato non verbalizza niente ma rivive la sua esperienza. E’ una tecnica che, in seguito, mi è stata utile per realizzare Fuga Perpetua.

 

Alma Mater

Alma Mater (2015)

 

3. Parliamo di Fuga Perpetua, allora, la tua ultima opera andata in scena a Modena e poi al Brighton Festival. Volevo chiederti com’è nato il progetto e come hai vissuto quest’esperienza.

Quando ho cominciato a lavorare a Fuga Perpetua, a fianco del Meitar Ensemble, ero consapevole che sarebbe stato difficile, un vero incubo. Opera complessa dal punto di vista etico, comunque la chiave per me era di non fare un’opera sui rifugiati…Ma un’opera con i rifugiati, insieme a loro, sul viaggio e sui tanti strati d’esperienza che viviamo dentro di noi. La parte di ricerca si compone di trenta interviste che ho preparato con il professor Gerald Cupchik dell’Università di Toronto, un esperto di teoria delle emozioni e di esperienze post trauma. Dal punto di vista sonoro, Fuga Perpetua è una polifonia che si compone di quattro parti o sezioni parallele: la partitura, il Mobile Sound Theatre – elabora i nastri creati per dare forma a questo particolare teatro, tra gesti, movimento scenico e musica eseguita dal vivo-, la folla vocale dei rifugiati e il sistema di altoparlanti. Si tratta di linguaggi diversi che interagiscono in un percorso che va dall’infanzia all’età adulta, attraversa il viaggio vero e proprio diventa una metafora del nostro percorso di vita.

Web site: www.yuvalavital.com


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