Elliott Carter: disavventure di un compositore (II)

classical-orchestraElliott Carter era consapevole che la musica, entrando nel mercato dei beni di largo consumo, non poteva esserne rimasta immune: “Con l’esplosione dell’industria pubblicitaria è stato dato sempre maggiore rilievo all’immagine pubblica del compositore, che acquista un ruolo di autentico articolo di consumo. La sua attività compositiva è solo uno degli elementi che contribuiscono a creare quest’immagine: la sua abilità come esecutore, oratore, scrittore, insegnante, e come soggetto fotografico sono, infatti, gli altri elementi che, essendo tutti più commerciali, sono retribuiti più lautamente che la sua musica. Il pubblico deve chiedersi spesso perché i compositori continuino a scrivere musiche che così pochi possono capire…” Eppure non era ancora cominciata la lunga discesa verso il ritorno della tonalità e, con essa, della persuasione e, in molti casi, verso una placida retorica. Il nervo scoperto, comunque, è rappresentato dalle sale da concerto e dalla formazione del pubblico: “A eccezione degli abbonati alle stagioni operistiche, ai concerti sinfonici e ai concerti di società caratterizzate da un pubblico selezionato, esiste in genere una minoranza di pubblico che capisce quale importante ruolo potrebbe occupare la nuova musica. Questo particolare pubblico comprende che l’evoluzione della composizione musicale è scaturita da molti fattori più importanti di quelli di immediato consumo popolare. Questo gruppo ha un potere limitato, sebbene il suo punto di vista- che mette a contatto nuovi modi di pensare nei confronti del passato, nuove profonde considerazioni sulla stessa arte- sia accettato, in generale, nelle altre arti e in gran parte della vita americana. La musica contemporanea, musica che deve essere ascoltata per sé stessa piuttosto che per i suoi interpreti, è su un piano diverso rispetto alla musica del passato, e questa distinzione la tiene al di fuori dalla competizione con l’industria dell’esecuzione, in cui le poste sono alte”.

Carter, in fondo, condivideva il punto di vista di altri artisti e intellettuali del suo tempo sul declino del repertorio. Più recentemente, anche Edward Said (ne abbiamo parlato qui) aveva espresso un forte disappunto per le scelte di repertorio delle sale da concerto. La situazione oggi è cambiata? Soltanto in parte, dato che ormai anche Stravinskij o Boulez sono almeno tollerati come “classici” del Novecento dalla maggior parte del pubblico: “Questo imprevisto esaurimento del repertorio è proseguito per anni, mentre i compositori del ventesimo secolo stavano scrivendo opere su opere, che vennero considerate novità del momento, venendo poi abbandonate, invece di essere accolte per rinverdire il repertorio agonizzante. Il pubblico americano degli abbonati ai concerti sinfonici non è ancora riuscito a comprendere la musica viennese scritta cinquanta anni fa, né quella di Varèse, che risale a trenta o quarant’anni fa [l’autore scrive negli anni Settanta, n.d.r.] Evidentemente vi è tuttavia un altro pubblico per tale musica, come è stato dimostrato a New York dal successo dei repertori musicali interamente moderni dell’Orchestra della BBC e dell’Opera di Amburgo nel 1967”.

Le citazioni sono tratte da AA.VV.: Carter, ed. EDT 1989. Traduzione a cura dei Quaderni della Civica Scuola di Milano.

 
 
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4 Comments

  1. cari autori di nomos alpha, importante davvero questo doppio post inerente a carter nonché alle opinioni da lui espresse negli (oramai) lontani anni 70 (e negli stati uniti!): la tendenza dei compositori della mia generazione (nati negli anni 80, ma mi spingo a sostenere: anche quelli antecedenti a noi d’un decennio) è forse quella di “idealizzare” talvolta il periodo successivo alle “contestazioni sessantottine” illudendosi che “i bei giorni” per la musica “di ricerca” fossero di particolare splendore. carter ci rivela che non è mutato quasi nulla (forse – dico forse – c’è stato addirittura un peggioramento, concomitante alla depressione economica e ad un certo grado di sgretolamento culturale). che boulez sia entrato nei “canoni” degli agonizzanti programmi musicali e concertistici – sclerotizzatisi su riproposte opache di capolavori sbiaditi dall’uso e abuso di direttori fermi sovente al 1910 – è legato al suo ruolo di direttore d’orchestra, senza il quale difficilmente si parlerebbe di “classico”. c’avete fatto caso? di boulez (anche alla dipartita) si parlava anzitutto di “direttore”, “saggista” e (in terza posizione) di “compositore” (così è anche – per dire – la voce di wikipedia italiana): un addomesticamento pubblicitario. se per caso vi interessasse, qualche tempo fa avevo tradotto un articolo inedito del compositore svizzero jim grimm (1928-2006: https://it.wikipedia.org/wiki/Jim_Grimm), che non a caso si intitolava: “la nuova musica è senza patria”. così scriveva: era il 1971. cari saluti, dario

    • Caro Dario, grazie per il prezioso commento. Mi trovo molto d’accordo con quanto scrivi sulla mitologizzazione della scena musicale post ’68 e sul caso Boulez. Il canone – lo sapeva già Mozart a modo suo- è sempre mortificante. Colgo l’occasione per fare dell’autocritica: anche noi di Nomos Alpha abbiamo puntato sul Boulez saggista, all’apparenza lasciando in ombra gli aspetti compositivi. Ma l’abbiamo fatto perché, se c’è un’area culturale spesso rimossa dalla musica, credo che sia formata proprio dalle riflessioni, dalle critiche e, in un certo senso, dallo sviluppo di un pensiero mai sazio di confronti e, a volte, di provocazioni. Più che un “addomesticamento pubblicitario” o giornalistico – anche questa dimensione sussiste, naturalmente- si è trattato nel nostro caso di ricollocare la musica stessa nel suo contesto storico (dinamico). La figura del direttore d’orchestra sul piano mediatico rimane sovrastante, com’è accaduto anche ad altri direttori-compositori (es. Leonard Bernstein). Grazie anche per il suggerimento di lettura su Jim Grimm. Carissimi saluti, Alessandro

  2. caro alessandro, grazie dell’interessante risposta e del riferimento alla “autocritica”. è senz’altro vero che in italia schiere di musicologi e adoratori videro nel boulez “saggista” un punto di riferimento che oggi non è più assolutamente possibile vedere (a meno di voler rimanere fermi agli anni dello “strutturalismo”: come purtroppo mi è capitato di osservare a basilea, dove giace il lascito boulez alla fondazione sacher). molte cose superate sono state dette, scritte (e composte) da boulez. un articolo franco e al vetriolo è stato pubblicato sul sito del critico musicale paolo isotta, cui mi permetto di rimandarvi – se vi interessasse una “campana discordante” che del boulez saggista e direttore non è certo entusiasta: http://www.paoloisotta.it/index.php/articoli/23-pierre-boulez-salute-a-noi
    vi seguo sempre con interesse, e spero di essere più assiduo nell’intervenire, visto che di dibattiti sull’arte se ne fanno sempre troppo pochi e anche il blog nuthing – che peccato! – non pubblica più nulla dalla morte di boulez. carissimi saluti a voi, dario

    • Ciao Dario, sono Osvaldo e volevo congratularmi con te per l’intervento – davvero stimolante!- che ci hai lasciato. Trovo adesso i vostri commenti, tuoi e di Alessandro e dispiace anche a me che di dibattiti, come scrivi tu, se ne fanno veramente pochi. In Italia, poi, l’elitarismo non viene mai meno e, di conseguenza, anche le coscienze più aperte hanno poco con cui confrontarsi. Noi siamo sempre aperti al confronto…Peccato è vero per nuthing (lo seguivo anch’io con interesse e spesso lo segnalavo per qualche ricerca in redazione). Buona domenica e buona lettura, Osvaldo

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