Ritorno a Bruckner

Una costellazione di direttori d’orchestra per l’integrale delle sinfonie di Anton Bruckner: è questo l’ambizioso progetto in cartellone al Teatro La Fenice di Venezia (fino a luglio). Ma chi era davvero Bruckner? Un breve profilo di uno dei compositori più trascurati dalla storia della musica.

 

Zena HollowayAnton Bruckner nasce a Linz nel 1824, studia musica da autodidatta senza opporsi alla carriera di maestro elementare- contrariamente al ribelle e, per certi aspetti, simile Schubert– e va incontro ad un’esistenza segnata dalla vocazione religiosa quanto musicale. Per Bruckner, in realtà, non si tratta di due entità separate: Dio è la musica, la musica è divina. Soprattutto, la musica corale rispecchia quest’analogia e lo si avverte bene scorrendo l’elenco delle opere: più di trenta brani per coro, Salmi e Messe per coro e orchestra, qualche volta per coro a quattro voci (la Messa in fa maggiore del ’44), pochi lavori profani e soltanto sei Lieder per voce sola e pianoforte. L’esordio musicale di Bruckner è anch’esso corale, mentre la “prima” sinfonia era, in realtà, un tentativo mancato che Bruckner tenne nascosto fino al momento opportuno. Scriverà undici sinfonie, ma il nove è un numero scaramantico per i romantici (Beethoven dixit), perciò ne numererà soltanto nove. Nella sua intensa e brillante vita di organista, presso il duomo di Linz e poi a Vienna, Bruckner soffrirà sempre di una costante distrazione del pubblico nei confronti delle sue composizioni sinfoniche. Eppure, proprio attorno al sinfonista Bruckner si formerà una delle polemiche musicali più celebri dell’Ottocento: quella tra i wagneriani, sostenitori di Bruckner in quanto emulo di Wagner (la Terza sinfonia è dedicata all’autore del Tristano), e i brahmsiani tra cui il temuto critico musicale Eduard Hanslick. L’Austria non perdona, neanche i propri organisti.

Qui si coglie, comunque, il lato schivo e riservato di Bruckner che lo ha fatto accostare, forse con una certa esagerazione, a Schubert. Non soltanto era estraneo a certe querelles da salotto, argomenti per serate raffinate tra intenditori, ma non aveva neppure intenzione di ostentare il suo talento come faranno altri compositori suoi contemporanei, per non dire dei virtuosi. Bruckner è l’uomo dei grandi adagi sinfonici, come si sa, e dei grandi silenzi. Quanto a Schubert, il parallelo è sostenibile sul piano psicologico, magari, ma risulta molto meno convincente sul piano musicale. Della celebre leggerezza schubertiana, per esempio, il sinfonista Bruckner non ha quasi niente. Ancora meno si può trovare, a nostro avviso, nell’ambito della musica vocale: per Schubert il Lied è la più alta espressione dello spirito individuale, mentre Bruckner ricerca la coralità e la trascendenza come necessario appello divino. Anche il suo rapporto con Wagner appare segnato da una lettura molto personale, priva di sensualità e tesa, semmai, ad allargare quanto più è possibile il tessuto armonico nei movimenti lenti e ben cadenzati (si pensi all’adagio della Nona Sinfonia), sfiorando spesso la fissità se non il torpore. Tuttavia, quanta solitudine in entrambi, Bruckner e Schubert. Non è da dimenticare, a questo proposito, neppure la produzione cameristica di Bruckner, per quanto oggi sia meno eseguita delle sue sinfonie. Nel periodo della maturità, infatti, Bruckner compone anche il Quintetto in fa maggiore per archi (1879), pochi anni prima del grande Te Deum per soli, coro e orchestra (1881). Accanto ai Lieder e alle cantate profane occorre ricordare- e soprattutto, ascoltare- il Quartetto in do minore per archi (1862). (a.d., m.s.)

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