Beethoven reloaded: compositori a confronto

Jansons Beethoven Se sono lontani i tempi in cui Beethoven faceva tremare di gioia o di paura i compositori, per esempio Schubert o Schumann, con il suo titanismo e il temibile magistero orchestrale…Oggi ispira i compositori contemporanei come un grande “classico” dal quale si può – e forse si deve- imparare ancora qualcosa. Devono averla pensata in questo modo alla Br Klassik, l’etichetta che pubblica questo splendido cofanetto (6 CD) di cui non parleremmo- noi pubblichiamo raramente recensioni, i lettori di Nomos Alpha lo sanno- se non fosse epico. Non solo si tratta di tutte le sinfonie di Beethoven dirette da Mariss Jansons, ma è un’apprezzabile impresa culturale che mette a confronto la tradizione con la contemporaneità: sei compositori – Johannes Maria StaudMisato MochizukiRaminta eerkUnyteGiya KancheliRodion Shchedrin e Jörg Widmann– intercalano tra le sinfonie le loro “variazioni” beethoveniane facendo risuonare singoli aspetti, spettri sonori densi di storia, echi di un’epoca passata e futura. Dunque il “catalogo è questo”. Da qui sono partiti i compositori di cui sopra per attingere a qualcosa di unico nel tempo. Ampliando, in certi casi, le possibilità armoniche e le loro idee su che cos’è o che cosa può essere una sinfonia indagando nelle partiture, osservando il monumento da vicino o da lontano. Forse sono lontani anche i tempi in cui Debussy poteva mostrare scetticismo a proposito della composizione sinfonica, per non dire delle sinfonie da camera del Novecento, così lontane da ogni eroismo? Certo, non basta un disco per definire una corrente o una tendenza musicale. In ogni caso, ecco quanto accade in questo prezioso esperimento discografico. Johannes Maria Staud sembra aver preso a modello la Prima sinfonia, costruendo un doppio movimento nel suo Maniai (il nome greco per le Tre Furie) che gioca proprio sul “doppio” registro della furia e della grazia, lasciando alle percussioni ambio spazio performativo. Gli strumenti sono costretti a dialogare con le percussioni e non possono che ricordarci quante composizioni analoghe sono passate per le sale da concerto nel segno della modernità (Bartòk, Prokofiev, Varèse, Xenakis), per poi tornare alla loro fonte: il ciclo romantico della rivolta e della rassegnazione, di cui Beethoven è stato, ovviamente, l’alfiere per eccellenza. Di tutt’altro tenore l’opera di Misato Mochizuki (Nirai): dalla fine della Seconda sinfonia la giovane compositrice giapponese ha estratto otto note per costruire una sorta di “serie” che restituisce non tanto la timbrica di un’orchestra ottocentesca, quanto quella di una più vaporosa orchestra da camera viennese (nel senso di Anton Webern, con ampio uso del glissando). Dialogo a distanza, quindi, meno empatico rispetto alla rielaborazione di Johannes Maria Staud.

Beethovens Heiligenstädter Testament è il titolo dell’opera di Rodion Shchedrin, un altro gioco di chiaroscuro tra le tenebre e la luce. Qui la tradizione si fa sentire, almeno per quanto concerne il dettato melodico e l’evoluzione specificamente sinfonica, nel senso del poema sinfonico. Sul filo della tradizione si colloca anche il Dixi per coro misto e orchestra di Giya Kancheli, memore di Strauss e, forse, di Carl Orff. Il testo cantato in latino è, in qualche modo, analogo all’universo di Beethoven – pensiamo al Fidelio, per esempio- e il finale estatico coinvolge l’ascoltatore. Jörg Widmann si è dedicato, invece, con particolare passione all’Ottava e alla Settimana sinfonia. Molto vicino alla musica tedesca, ormai da anni, Widmann ha lavorato a stretto contatto con le partiture beethoveniane, senza rinunciare alle dissonanze. Accostando le due sinfonie, il risultato è una dilatazione intervallare di temi presenti nel lessico di Beethoven, ma reinventati  grazie a una libera integrazione del linguaggo post tonale (Schoenberg non è lontano, in certi punti). Non aggiungiamo altro a proposito dell’esecuzione delle sinfonie originali, dirette magistralmente da Jansons. Semmai ci piacerebbe trovare in futuro altre occasioni d’ascolto come questa, dove da un lato non si rinuncia al dialogo con il passato ma, d’altro canto, si lascia respirare meglio, grazie al confronto, anche la musica contemporanea. (a.d., m.s.)
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