Chopin a Parigi

Com’era la vita di Chopin a Parigi? Dopo molti viaggi, l’eroe del pianoforte approda nella capitale francese alla ricerca del successo. Tra amori sofferti, politica e mondanità.

 

Chopin_by_WodzinskaChopin arriva a Parigi nell’ottobre del 1831, un’epoca tanto remota quanto significativa per la musica romantica. Il regno di Luigi Filippo ha portato nella capitale la borghesia finanziaria e industriale e con essa una certa libertà di stampa. L’immagine del cittadino moderno che coltiva l’arte e la cultura comincia a imporsi nella società francese. La presenza di un poeta come Victor Hugo, le battaglie estetiche, la maison Pleyel in piena attività e l’esordio di Berlioz con la sua Symphonie fantastique, la critica musicale di Heinrich Heine e i dipinti di Delacroix caratterizzano un’epoca di fermenti più o meno rivoluzionari. Non sorprende di sapere che intorno al ’30 si aprono i più importanti salotti parigini agli artisti espatriati- e non sono pochi, anche tra i compositori- come il giovane Chopin. La vita parigina non è facile, in primo luogo per via della competizione con virtuosi come Kalkbrenner e Moscheles, ma sa offrire uno charme che nessun altra città europea possiede. Verso la fine dell’estate del ’31 la buona società fugge dalle armate russe che a Varsavia stanno soffocando ogni insurrezione, e trova rifugio nei boulevards oltre che al celebre hôtel Lambert, situato sull’ile Saint-Louis, un luogo destinato a diventare il principale ritrovo dell’aristocrazia polacca. Chopin è consapevole di quanto sia importante l’appoggio dell’aristocrazia per la sua carriera oltre che per la professione (insegna pianoforte e a quell’epoca lo strumento era molto in voga presso il pubblico colto). Oltre tutto, frequentare i polacchi significa parlare la sua lingua. Ma dall’entourage parigino Chopin impara soprattutto a diffidare del gusto del pubblico, spesso effimero e superficiale, così come delle idee dissidenti dei suoi amici artisti. C’è in Chopin quello che si può chiamare il genio della distanza.

Lo scetticismo e la timidezza, comunque, non gli impediscono di esibirsi al pianoforte in varie occasioni. Nel ’32, per esempio, partecipa a una serata musicale in onore della Société littéraire polonaise de Londres, in compagnia del violinista Heinrich-Wilhelm Ernst e del violoncellista Auguste Franchomme, durante la quale improvvisa su temi polacchi. Il clima non è così rilassato come può sembrare a prima vista: nel maggio dello stesso anno, Chopin compone sui versi del poeta polacco Wincenty Pol che aveva partecipato all’insurrezione del ’30. Il concerto si tiene al Club polonais, dove Chopin incontra anche il famoso scrittore Adam Mickiewicz, una figura dominante del romanticismo polacco. In un’altra occasione, suonerà in un concerto di beneficenza a favore dell’emigrazione polacca. Il luogo non è certo casuale: l’hôtel Lambert. Dalle lettere così come dalle composizioni – in particolar modo le Mazurke e le Polacche- traspare nell’immaginario di Chopin uno struggente attaccamento per la patria perduta. La Polonia di Chopin è meno reale di quanto sia in realtà il suo bisogno di tornarci, ma il sentimento dello straniero esalta la lontananza e le conferisce un’aura unica e irripetibile.

Il paradosso è che se fosse stato per le sale da concerto Chopin non avrebbe trovato la sua vera “voce”, come ormai la critica ha confermato più volte. I salotti della contessa Plater e di Cristina Belgiojoso erano, probabilmente, i prediletti da Chopin. Bisogna ricordare che il salotto differisce dalla sala da concerto, come ricorda anche Cécile Reynaud nel suo articolo Chopin et les salons parisiens (Revue BNF, n. 34, 2010). Ma il motivo profondo che spingeva Chopin a evitare le sale da concerto è legato alla natura della sua musica, intima e auratica, sofisticata ma non legata al virtuosismo (non è un caso che a delinearne i caratteri sarà l’amico Liszt in una serie di scritti poi raccolti in volume). Della particolare natura della musica chopiniana si accorse anche Hector Berlioz, che in un articolo osservava (Journal de débats, 1842): “Chopin non ama affatto suonare nelle grandi sale, davanti a un pubblico turbolento e variopinto. Le sue qualità non sono quelle che esigono, per così dire, a viva forza l’ammirazione della folla. Al contrario, egli ama la calma, l’attenzione di un uditorio poco numeroso ma in sintonia con lui” (trad. nostra). Schumann l’ha detto con parole diverse ma altrettanto eloquenti: “Chopin non s’introduce con un esercito orchestrale come fanno i grandi geni. Egli possiede soltanto una piccola coorte, ma gli appartiene tutta intera fino all’ultimo eroe”. (a.d.)

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