Gabriel Fauré: la musica da camera (I)

Peter Vilhelm IlstedIl carattere riservato e il gusto per l’intimità di Gabriel Fauré dovevano trovare nella musica da camera la loro dimensione ideale. Eppure, gli inizi di Fauré non sono privi di incertezze, tanto che ci vorrà l’esempio di Saint-Saëns e la fondazione della Société Nationale de Musique (1871) perché il compositore si decida a esplorare questo nuovo continente sonoro. Alle origini della sua prima Sonata per violino e pianoforte c’è l’incontro con il violinista belga Hubert Léonard al quale il brano è idealmente indirizzato. Fauré aveva ascoltato spesso il virtuoso Pablo de Sarasate al quale Saint-Saëns aveva dedicato il suo Primo Concerto (1867), e probabilmente conosceva le virtù strumentali di Henri Vieuxtemps, ma il nome di Léonard era conosciuto tra i conoscenti di Fauré in un periodo storico in cui la musica si eseguiva volentieri nei salotti e incontrare amatori e musicisti non era certo difficile. Oggi si tende a pensare che la musica di Fauré venisse incontro ai gusti dell’epoca, ma occorre ricordare che “il repertorio è quello degli autori classici e post-classici: Mozart e Haydn prima di tutto; Onslow, Boccherini e Mendelsshon offrono opere di valore per formazioni diverse; certamente il primo Beethoven è ammesso, ma lo stile della maturità e delle sue ultime opere non è ancora assimilato” (Jean-Michel Nectoux).

Il contesto sociale, dunque, non è dei più promettenti per un giovane compositore che coltiva degli ideali estetici poco comuni (anche se la presenza costante di Schumann e di Brahms nel repertorio da camera più diffuso doveva essere di qualche conforto). Dopo la Sonata op.13 a cui abbiamo accennato, Fauré tenta la via difficile del quartetto, non prima di aver tentato altre strade (la sfortunata Romanza in si bemolle per violino e pianoforte, scritta sulla scia del successo della precedente Sonata, la Berceuse e altre composizioni minori). Il Quartetto in do minore op. 15 verrà ultimato in linea provvisoria soltanto nel ’79, ma all’ascoltatore può interessare sapere che, anche in questo caso, Fauré aveva riflettuto molto sul genere musicale e aveva concluso che bisognava aggirare lo spettro di Beethoven – una vecchia paura che risaliva almeno a Schubert ma che aveva ossessionato anche Schumann-, e puntare sul quartetto con pianoforte. In questo modo, avrebbe potuto soddisfare le sue esigenze d’indipendenza e tentare di collocare i suoi sforzi dove i capolavori erano ancora rari, nonostante qualche incursione nel genere da parte di Debussy e di Ravel.

Nella sua ampia monografia dedicata al musicista (ed. EDT, 2004), Nectoux ricorda che “fu lo stesso Fauré a eseguire la brillante parte per pianoforte del suo Quartetto in do minore quando fu eseguito per la prima volta, alla Société Nationale, il 14 febbraio 1880”, e “il successo fu grande quasi quanto quello riscosso dalla Sonata op. 13, tre anni prima. Tuttavia, alla fine del concerto degli amici musicisti espressero qualche riserva sulla riuscita del finale, movimento che era probabilmente all’origine del tardivo e faticoso completamento del Quartetto”. Fauré, comunque sia, si era ormai avviato sul sentiero della sua musica più personale, contro le mode e i luoghi comuni della sua epoca: artista dell’equilibrio, ricercato inventore di armonie e di figure musicali che, a volte, lasciavano perplesso il pubblico. Un esempio di come andava maturando la sua arte lo fornisce la nota Élégie, pubblicata nel 1883. Per certi aspetti vicina al quartetto op. 15, la Élégie di Fauré si basa su un gustoso gioco tra la grazia e il tono grave, tanto che Nectoux nota come “la ripresa del tema funebre, su una grande onda lisztiana, spazza via questo motivo fin troppo aggraziato, che riappare tuttavia nella coda, in una prospettiva sonora sempre più lontana, come un ricordo già mezzo sepolto dall’oblio”. Fu un grande successo di pubblico, ma anche un traguardo sul piano personale: il romanticismo spontaneo delle prime Romanze stava lasciando il posto ad un’esperienza – estetica quanto umana- più profonda e meditata. (a.d., m.s.)

 

 

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