Guillaume Lekeu: crepuscolo e memoria

LekeuGuillaume Lekeu (1870-1894) era nato a Verviers, in Belgio, ma la sua patria adottiva si può dire che sia stata la Francia, in particolar modo la cittadina di Poitiers, dove i genitori si erano trasferiti nel ’79. E’ qui, infatti, che il giovane Lekeu scopre la musica nella forma di una primitiva intuizione estetica. Parigi non è ancora entrata nella sua orbita, ma Lekeu mostra fin dall’inizio una riservatezza che non lo farà brillare nella grande capitale della musica. Viene in mente, per consonanza spirituale, il soggiorno di Chopin in Inghilterra: una lunga passeggiata sotto la pioggia sembra più adatta a descrivere il tono di una vita passata a osservare e ad assimilare nuove forme senza la pretesa di esserne l’artefice. Lekeu è un compositore di origine belga che non si lascia etichettare dalle mode, ma che studia composizione con due grandi nomi della scena parigina: Cèsar Franck e Vincent d’Indy. Due figure diverse, per certi aspetti opposte.

Franck, di cui Debussy ammirava in un suo articolo “il genio sano e tranquillo”, deve aver giocato un ruolo decisivo nella carriera di compositore di Lekeu. Probabilmente più del coscienzioso ma limitato Vincent d’Indy, allievo di Franck e, anche lui, organista oltre che maestro di coro. Ancora meno si può sospettare un deciso influsso wagneriano, come avveniva nel caso di d’Indy, nella matura e compiutamente espressiva musica di Lekeu: musica da camera, in primo luogo, e più raramente sinfonica. Del wagnerismo francese, a quell’epoca un tratto diffuso tra i nuovi compositori, Lekeu in realtà non ha potuto assimilare né la tecnica né il prestigio: morirà di una grave malattia a soli ventiquattro anni, lasciando un’eredità che vedrà la luce soltanto anni dopo la sua morte. Il brano più celebre di Lekeu è l’Adagio per orchestra (1891) che riassume bene la sua estetica, contraddistinta da un gusto crepuscolare piuttosto evidente anche in molta arte fiamminga di fine secolo (il Belgio, non dimentichiamolo, è stato la patria adottiva del simbolismo). Se Wagner è presente, in qualche modo, lo è da lontano poiché non c’è alcun sogno di opere d’arte totalizzanti e rigeneratrici. Lekeu viaggia da solo in una strada periferica, ai margini del demi-monde parigino, intriso di vaga nostalgia, mentre ormai il secolo sta tramontando: all’orizzonte ci sono già Debussy e Ravel, Mahler e il giovane Schoenberg che scalpita, mal compreso, nella borghese Vienna. Ma, per qualche tempo, è esistita una terra di mezzo in cui compositori come Franck e Lekeu possedevano la visione di un mondo pieno di candore, privo di ideologie e di polemiche letterarie.

Oggi quel mondo perduto lo conosciamo meglio. L’etichetta discografica Ricercar ha rilasciato quest’estate (agosto 2015) un prezioso cofanetto con tutte le opere di Lekeu, introdotte per l’occasione da un’analisi cronologica di Jérôme Lejeune. Per chi non volesse impegnarsi troppo ma è curioso di conoscere l’opera di Lekeu, esiste anche una pregevole pubblicazione dell’etichetta Naxos che racchiude l’opera omnia per quartetto d’archi (Quartetto Debussy). (a.d., m.s.)

 

 

 

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