Ascoltando John Cage : alcune riflessioni di Daniel Charles

Abbiamo fatto un’incursione tra la carta stampata, ormai di proporzioni sterminate, dedicata a John Cage. E abbiamo scovato un filosofo che si è confrontato spesso con la musica, Daniel Charles: così convinto del valore della musica cageana da aver fatto arrabbiare un altro pioniere dello sperimentalismo, niente meno che Pierre Schaeffer.

 

Leggendo quanto scrive Daniel Charles non si possono avere troppi dubbi: per Charles è naturale definire Cage un “filosofo”. Lo sostiene con convinzione nel suo testo intitolato Musica e An-archia (1971) – compreso nel volume antologico Cage (ed. Mudima, 2009) – e lo ha ribadito durante un dibattito molto acceso al quale partecipò anche il padre della musica concreta, Pierre Schaeffer (il testo lo si può leggere nel volume sopra citato). A patto d’intendersi su che cosa può voler dire “filosofia” in questi casi. Charles, infatti, precisa subito che Cage, a differenza dei filosofi di professione, “realizza la sua filosofia: la mette in musica”. Dunque il pensiero non va tanto inteso come attività concettuale, ma come messa in forma di un’idea che trova la sua piena realizzazione soltanto nell’opera – magari “aperta”, per citare un altro ben noto teorico dell’estetica, Umberto Eco (Opera aperta, d’altra parte, era un omaggio alle idee di Cage e alla musica d’avanguardia degli anni Cinquanta-Sessanta).

Certo, gli eventi sonori ricercati da Cage “restano abbozzi, perfino appunti sonori”, una specie di bricolage (il termine non va inteso in modo derisorio, basti ricordare l’uso che ne facevano all’epoca Lévi-Strauss o François Jacob). E’ ad ogni modo con Cage, sostiene Charles, che la questione del silenzio prende strade nuove rispetto alla musica classica e, se si vuole, rispetto a Anton Webern (al compositore austriaco Cage aveva dedicato alcune riflessioni, tra cui il noto Defense of Satie, 1948). Per la musica classica, infatti, il silenzio contorna l’opera, si può insinuare tra i suoni come pausa prevista nella partitura, ovvero come segno già integrato nel linguaggio, codificato e reso funzionale all’insieme che lo include, ma senza emergere al di fuori, senza mai affermarsi in quanto tale. Nel caso di Webern, invece, non si tratterebbe più di un residuo, di uno sfondo, perché il silenzio emerge nel valore della durata anziché delle altezze, perciò la durata diventa l’elemento comune – spiega sempre Charles- al suono così come al silenzio.

La musica si afferma tra il suono e il silenzio. Ma l’importante è che questa concezione trovi un riscontro nell’ascolto: “L’opera cesella il tempo, ma tutto l’imperialismo della struttura è esorcizzato: ciò permette un ascolto di nuovo genere, pressoché orientale; la struttura non prescrive niente. E per il fatto di lasciare solamente sentire, affida all’ascoltatore una responsabilità attiva nell’inquadratura delle proprie percezioni”. Non è cosa da poco riuscire a suggerire quest’esperienza ed esserne degni in quanto ascoltatori. Pensare a Cage come ad un anarchico produttore di rumori, come qualcuno sembra ancora pensare ai nostri giorni, è di certo molto riduttivo. Ma l’intelligenza dell’ascolto resta un esercizio difficile che richiede impegno, passione e, nel caso di Cage, anche una buona dose di umorismo. (a.d., o.g.)

2 Comments

  1. Bello leggere quanto esposto. Apre orizzonti intimi e cambia l’approccio visivo con la partitura di qualsiasi cosa. Non solo carta e inchiostro ma un universo nascosto dietro ai segni. Una sorta di “altra dimensione”.

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