Rachmaninov, il grande erede

RachmaninoffAl tempo in cui Rachmaninov era un giovane musicista la Russia stava attraversando un periodo di grandi cambiamenti anche nell’estetica e nel modo d’intendere la musica. Le influenze esterne, in particolar modo europee, non erano recepite sempre con curiosità e interesse. Non diversamente da quanto animava il pensiero di Dostojevkij, per esempio nelle sue Note di viaggio in Europa (1863), gli artisti russi percepivano il mondo occidentale come una possibile minaccia all’integrità dei valori e dell’arte che la Russia portava con sé. Il gruppo dei Cinque, capitanato da Balakirev, aveva una precisa missione: rimanere il più possibile vicino al popolo, alla spontaneità delle antiche melodie russe. Il giovane Rachmaninov doveva, però, fare i conti con un’altra tradizione altrettanto forte e persistente tra i pianisti del tempo, il modello “insuperabile” e, quindi, la futura eredità di Franz Liszt. I suoi maestri Arenskij e Taneev non avevano molto di Liszt, e forse proprio per questo motivo videro facilmente come Rachmaninov avrebbe trionfato, prima o poi, in quel cosmo a sé stante che è il mondo degli interpreti. L’eredità di Liszt, dunque, dovette assumere un ruolo ben più rilevante delle discussioni sull’avvenire della nuova arte, per il semplice motivo che Rachmaninov era, in primo luogo, un pianista. Oggi tendiamo a dimenticarlo, ma Rachmaninov deve al pianoforte buona parte della sua sopravvivenza, prima che della sua fama. Il debito andava estinto, quindi, con grande attenzione. Nonostante quest’ingiunzione, si può notare facilmente come al compositore russo non servì rivolgersi all’Europa per trovare le sue melodie, dichiaratamente slave o russe, nel primo periodo rappresentato dai già notevoli Cinq morceaux de fantaisie op. 3, dai Sept morceaux de salon op. 10 e dai più maturi Six Moments Musicaux op. 16. Gli inizi sono sempre difficili, ed è noto come il Primo concerto per pianoforte e orchestra op.1 rimase in sospeso per ragioni non soltanto musicali. Ma ormai, quando Rachmaninov lavora alle successive Variazioni su un tema di Chopin op. 22 la strada è in buona parte tracciata: quest’opera rappresenta, con ogni probabilità, il vero laboratorio di Rachmaninov dove si condensano molte intuizioni e soluzioni formali che lo accompagneranno negli anni a venire. Anni infelici, a dire il vero, ma anche fortunati in termini di successo e di concerti all’estero.

Ma torniamo a Liszt e all’influenza che la tradizione tedesca ha avuto sulla formazione di Rachmaninov. Le tendenze faustiane di Rachmaninov, per così dire, sono un altro tratto persistente del compositore (difficile spiegare, altrimenti, la ripresa del poema sinfonico L’isola dei morti op. 29 in un’epoca in cui si era estinto sotto i colpi dell’orchestrazione mahleriana e della seconda scuola di Vienna). Ma tali tendenze hanno molto a che vedere con il clima di certi brani lisztiani, in particolar modo con le sonate di Liszt, dove d’altra parte Rachmaninov non trovò soltanto idee suggestive, anche letterarie, ma precise indicazioni formali (la suddivisione in tre movimenti, le indicazioni di dinamica, lo sviluppo espressivo, etc.) Utilizzare il Terzo Concerto op. 30, con il successo internazionale che l’ha segnato, come spartiacque storico nella carriera di Rachmaninov è comodo per i biografi ma, forse, poco stimolante per chi guarda alla musica per pianoforte solista: rimane, invece, significativo che sotto la pressione degli eventi (prima guerra mondiale e conseguente esilio del compositore) Rachmaninov componga un numero impressionante di Preludi, Etudes-Tableaux e Sonate, per non dire del Quarto Concerto op. 40. Da questo periodo disperato e creativo si può ricavare l’impressione, spesso sostenuta dalla critica meno amichevole, che Rachmaninov stesse chiudendo nella stiva del passato la sua musica e il mondo che rappresenta. Un ovattato universo borghese, pieno di ricordi e di nostalgia, rimarrebbe così sospeso al di sopra della Storia e dei suoi cambiamenti…E’ un’idea che ha fatto strada tanto quanto la fama del musicista presso il grande pubblico. Ma un critico o un biografo che provi a demolire quest’immagine, senza dubbio accattivante ma pur sempre generica (si può dire lo stesso anche dell’ultimo Chopin come di Fauré o di Koechlin), a quanto sembra, deve ancora nascere. (a.d.)

 

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