Maud Le Pladec: prove di democrazia sonora

Continua il viaggio di Scene sonore  intorno alla musica che attraversa altri linguaggi (danza, teatro, cinema, video, letteratura). Questa tappa la percorriamo in compagnia di una coreografa impegnata con successo anche su tematiche sociali e politiche, senza retorica né luoghi comuni: Maud Le Pladec.

DemocracyMaud Le Pladec è una danzatrice e coreografa che ha stabilito con la musica di scena un rapporto particolare. Fin dal lontano 1999, l’anno in cui frequenta il Centre Chorégraphique di Montpellier, diretto da Mathilde Monnier, la sua concezione della danza non è centrata soltanto sul corpo del ballerino o del performer ma sugli eventi sonori che lo coinvolgono. Studia a Vienna, partecipando al DanceWEB Scholarshhip Program, e diventa una performer al servizio di coreografi come Takiko Iwabuchi, lo svizzero Guillermo Bothello, Patricia Kuypers, Bojana Mladenovic e il serbo Dusan Muric. Il suo primo pezzo da solista, Maud le Pladec lo crea dopo un soggiorno a Tokyo, un’esperienza che non rimane isolata visto che il desiderio di fare danza, espandendo i confini del suo talento creativo, la porterà a fondare il collettivo Leclubdes5. Comincia un periodo complesso, problematico, dove le coreografie si succedono come tessere di un domino oscuro e sempre sull’orlo del rischio (Ciao Bella, Roman Photo, Levée Conflits), quando nel 2010, infine, Maud Le Pladec dà forma a una coregrafia su musica di Fausto Romitelli, Professor, che riceve il premio della critica francese come rivelazione dell’anno. Il decennio è fortunato, dato che la coreografa viene invitata a Lione per realizzare due lavori basati su musiche di David Lang e Julia Wolfe: comincia così il lungo sodalizio con i famosi Bang on a Can (New York). Arriviamo così al novembre 2013, la prima assoluta di Democracy, presentato due anni dopo anche al festival Milano Musica.

Il titolo “Democracy” non è da intendere soltanto in senso strettamente politico, precisa l’artista, ma come la situazione emergente che dissolve le certezze e che promuove, nel riconoscimento delle differenze, la resistenza civica ad ogni sottomissione o violenza dell’Uno contro il Molteplice. Idea e affetto, quindi, la democrazia che qui tenta di prendere corpo si traduce in un gesto in primo luogo percussivo: se Dark Full Ride di Julia Wolfe segna il ritmo di un rapporto tra la decisione soggettiva e la collettività che la include, la coreografia di Le Pladec segue in modo preciso gli andamenti ritmici dei percussionisti (TaCTuS Ensemble) lasciando intendere che è possibile accordarsi all’unisono e per una stessa causa, com’è accaduto spesso nella storia del Novecento. Danza come lotta e affermazione, quindi, ma ancora di più come riflessione sulla comunità, sul bisogno di comunità che, oggi, si fa sentire nell’opinione pubblica. Ma nella partitura di Democracy figurano anche altre scelte musicali: Francesco Filidei, per esempio, con SILENCE=DEATH firma una delle sue collaborazioni più riuscite. (a.d., m.s.)

 

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