Intervista con il Quartetto Maurice

Continua il nostro viaggio tra le giovani formazioni per Progetto Ensemble. Questa volta dialoghiamo con il Quartetto Maurice, uno degli ensemble più interessanti per il suo impegno nel campo della contemporanea e per le sfide che ha saputo cogliere finora.

1. Come formazione cameristica avete una spiccata predilezione per la musica contemporanea, tanto da avere tra i vostri maestri Gyorgy e Marta Kurtag e in repertorio nomi come Ligeti, Helmut Lachenmann, Stefano Scodanibbio, Ivan Fedele e altri. Potete raccontarci com’è nata questa passione per il contemporaneo in quello che, fino a qualche tempo fa, veniva ancora chiamato “il paese del melodramma”?

Quartetto MauriceLa nascita della nostra passione verso la musica contemporanea incuriosisce spesso molti e “il perché” e il “come” abbiamo deciso di intraprendere questa strada è effettivamente un interrogativo frequente. “Perché no?”…potrebbe essere la nostra risposta. Il mondo musicale ha identificato quasi sempre la musica contemporanea, che si parlasse di  Beethoven e la sua Grande Fuga o di Lachenmann con il suo Gran Torso, come un’eccezionalità, il mondo del “diverso”, la scelta atipica, la “stranezza” . Mentre la musica contemporanea non è che il mondo che ci circonda, l’oggi. Il contemporaneo è qualcosa che si dipana di fronte ad ogni essere umano e ad ogni artista in maniera se mai necessitaristica e ineluttabile, l’adesso da cui difficilmente si può sfuggire. E’ una passione, dunque, che nasce dalla naturale necessità di ognuno di noi quattro, fin dall’adolescenza, di vivere il proprio tempo, la necessità di avere uno sguardo sul presente, il desiderio d’indagarne, nell’espressione artistica, i suo aspetti più profondi, i suoi conflitti e i suoi desideri. Una contemporaneità che è frutto di ciò che è stato, che, nonostante i suoi strappi, impara dal suo passato e non è rinnegante. Il quartetto d’archi è per noi un fortunato e privilegiato punto panoramico su quasi tre secoli di storia occidentale, che non riconosce, dal punto di vista musicale, un meglio o un peggio, ma invece una trasformazione, che vede noi tutti protagonisti.

2. Come è organizzato il vostro lavoro di gruppo? Come scegliete il repertorio?

Noi nasciamo e siamo, prima di tutto, quartetto d’archi, con tutto quello che esserlo comporta. Il lavoro del quartetto è un lavoro serrato, costante, faticoso quanto gratificante. Viviamo fortunatamente tutti e quattro a Torino e questo ci permette di provare quasi quotidianamente. La scelta del repertorio avviene tramite ascolti, ricerche, suggerimenti di musicisti che stimiamo, incontri e concerti. Cerchiamo di essere molto attenti alle nostre programmazioni e ci teniamo a credere e riconoscerci nei quartetti che suoniamo. Negli anni ovviamente abbiamo sviluppato un gusto comune che ci ha portato a fare sempre più scelte precise in questo senso. Sentiamo importante infatti l’esigenza di rispettare, attraverso le nostre scelte artistiche, una nostra identità; sentiamo forte il ruolo e la responsabilità dell’ interprete e cerchiamo di sfuggire al pericoloso meccanismo del “juke box”, a volte frequente nell’ambiente contemporaneo.

3. Una delle vostre ultime apparizioni vi ha visto coinvolti nel Festival ManiFest dell’IRCAM (Parigi). Per quest’occasione avete suonato una composizione di Philippe Manoury, Tensio. Come vi siete confrontati con quest’opera impegnativa?

Il lavoro di fronte ad un’opera ha il suo inizio sempre nello studio della partitura e nella sua analisi, affiancando a questo una ricerca sul compositore, sulla sua storia, sulle sue influenze e peculiarità, tramite letture e ascolti. Il mondo contemporaneo è molto frastagliato e il linguaggio di ogni compositore può essere assai diversificato. E’ importante capirne il suono, l’immaginario prima di poter approcciarsi ai dettagli. Da una macro-lettura della composizione si passa ad una micro-lettura e un minuzioso e pignolo studio della parte singola e dell’insieme per poi poter estendere nuovamente lo sguardo a cercare e trovare l’arco più ampio che un’opera così complessa può avere. Inoltre, siamo da un paio di anni immersi nella ricerca e nell’approfondimento del repertorio per quartetto d’archi ed elettronica con il nostro progetto 4+1. Tensio si pone dunque all’interno di questo percorso, con la fortuna in questa occasione specifica di poter essere stati affiancati e supportati da un’istituzione, direi quasi ispirante, come quella dell’Ircam di Parigi. Anche qui “musica elettronica” significa per noi presa di coscienza e tentativo di dialogo con il mondo della tecnologica; mondo che vive intorno e in mezzo a noi e che non possiamo ignorare. Una tecnologia in questo caso positiva, a disposizione e strumento di un pensiero artistico e poetico.

4. Qualche anticipazione sui vostri prossimi progetti?

Il futuro ci vedrà impegnati su più fronti paralleli, che intersecheranno e compenetreranno la nostra crescita artistica e professionale sia dal punto di vista concertistico che da quello progettuale.
Prima di tutto ci dedicheremo allo studio di alcuni capisaldi del repertorio per quartetto d’archi del Novecento, quali “Tetras” di Yannis Xenakis, il quartetto n.4 di Giacinto Scelsi e il quartetto n.2 di Gyorgy Ligeti. Per il 2016 è inoltre in previsione la commissione di tre nuovi quartetti; la commissione si articolerà all’interno del nostro nuovo progetto “New Music for Four”, affiancato al già in atto progetto “4+1”, che vedrà impegnati, nella creazione di una nuova opera per quartetto d’archi o per quartetto d’archi ed elettronica, la compositrice Silvia Borzelli ed i compositori Arturo Corrales e Manuel Serrano. Dal punto di vista concertistico gli impegni sono ancora in fase di definizione ma saremo presenti, tra gli altri, al Piccolo Regio di Torino, al “Sirga Festival” in Spagna, alla rassegna “Open Music” di Graz e al Festival “Distat Terra” in Argentina. Speriamo inoltre di poter ancora replicare il brano di Philippe Manoury in festival internazionali e, perché no, anche italiani.

 

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