Intervista con Nuova Synapsis Ensemble

Con questo articolo iniziamo una ricognizione tra le giovani formazioni impegnate in progetti di musica classica o contemporanea. Abbiamo intervistato il direttore Marco Gatto che ci presenta le attività concertistiche di Nuova Synapsis Ensemble.


Se sei d’accordo partirei da una domanda semplice, magari banale, ma necessaria: quando e come si è formato il progetto Nuova Synapsis Ensemble? Con quali desideri o, se preferisci, con quali obiettivi questa formazione ha iniziato a muovere i primi passi?

nuova_synapsis_ensembleL’attuale formazione è l’esito – finalmente stabile – di tanti cambiamenti intervenuti nel tempo. Nasciamo come ensemble di musica contemporanea, votati alla diffusione di un repertorio alieno dai grandi circuiti, con una spiccata propensione a valorizzare le esperienze musicali più legate all’idea di una musica d’oggi in grado di riabilitare il rapporto con l’ascoltatore. Il nostro interesse si rivolge sia al cosiddetto Novecento storico, sia alla più immediata contemporaneità. Abbiamo creduto fortemente nel dialogo fattivo e costante con alcuni compositori, e alcuni di loro hanno visto nascere, crescere e modificarsi il nostro gruppo, offrendoci preziosi consigli, in un’ottica sempre dialogica. Effettivamente la nostra attuale compagine ha, a tutti gli effetti, una figura genitoriale: il compositore Giampaolo Testoni, senza il cui entusiasmo quest’avventura forse non sarebbe cominciata.
È bene dire che adesso il nostro progetto è diventato qualcosa di altro. L’organico si è consolidato, è divenuto corposo, siamo ormai un’orchestra da camera che propone un repertorio che spazia dal tardo Settecento ai giorni nostri. Il motivo è semplice: si tratta di una grandissima esperienza di aggregazione sociale e culturale, che nasce in un luogo periferico come la Calabria – una regione attraversata da contraddizioni che non sto qui a ricordare – ma che da questa supposta residualità trae vigore, forza ed entusiasmo. Chi si avvicina alla nostra esperienza, lo fa mosso da uno spirito di condivisione: e questa mi sembra la ragione più nobile del far musica insieme. Ciò permette un’enorme duttilità. Come direttore e responsabile delle attività, ho sempre desiderato la valorizzazione di ogni singolo esecutore: riusciamo così a creare gruppi cameristici interni alla nostra orchestra o a dar vita a progetti che coinvolgono ensemble di organico variabile.

Come è organizzato il vostro lavoro di gruppo? Come scegliete il repertorio?

Si lavora insieme una o più volte alla settimana. La scelta del repertorio è l’esito sia della riflessione, ponderata sia dell’occasionalità. Devo dire che abbiamo sempre lavorato con enorme soddisfazione, anche di fronte a partiture complesse. Come ho detto prima, cerchiamo di tenere assieme l’interesse per il contemporaneo allo studio del repertorio più noto.

Esistono ensemble che si specializzano in un certo insieme di compositori (uno dei più gettonati è, per esempio, quello austro-tedesco) e altri che preferiscono, invece, muoversi attraverso orizzonti più ampi, commissionando anche lavori a giovani compositori. Nel vostro caso quale tendenza sta emergendo? Lo studio della tradizione o la ricerca del nuovo?

Il tentativo è quello di non separare la tradizione dalla novità. Uno dei disastri della cultura musicale odierna (e non solo) è, a mio parere, il sorgere di una sorta di storicismo capovolto, che associa il contemporaneo a uno stile o a una modalità espressiva. La mia formazione filosofica mi impedisce di pensare alla storia musicale secondo compartimenti stagni o partizioni di senso. Esiste una dialettica viva nella musica contemporanea, che per certi aspetti è sovente ostacolata dalla malsana gestione della macchina culturale o dallo stabilizzarsi di una certa idea di “contemporaneo” che fa comodo ai conservatori. Il nostro interesse è rivolto a quegli autori che, alla ricerca del nuovo e di un’interpretazione possibile del presente, non rinunciano al rapporto col passato, con le generazioni precedenti, e tentano un possibile recupero di un legame che appare inevitabilmente spezzato: quegli autori, insomma, che, senza banalizzazioni linguistiche, rendono possibile la comunicazione con l’altro, riabilitando una forma di narrazione musicale e culturale. Solo in tal modo ha senso tenere assieme la tradizione con la musica d’oggi. E l’attenzione ai giovani è un altro punto fermo: abbiamo ad esempio eseguito più volte la musica dell’appena trentenne Fabio Massimo Capogrosso, che reputo uno degli autori più interessanti dell’attuale panorama italiano.

Tra i concerti che avete fatto finora, quale ti ha entusiasmato di più?

Senz’altro i recenti concerti in Sicilia, al fianco di solisti del calibro di Danilo Blaiotta e Francesco Mirabella, con i quali la collaborazione continuerà nei prossimi mesi. L’incontro con musicisti esterni al collegio orchestrale è un altro punto di forza: l’aspetto dialogico è ciò che ci interessa di più.

Puoi dare ai lettori di Nomos Alpha qualche anticipazione sui vostri progetti futuri?

Nei prossimi mesi avremo modo di eseguire, in prima assoluta, le Danze popolari immaginarie di Giampaolo Testoni, un lavoro scritto appositamente per noi. Grazie alla collaborazione con l’Associazione “Zagreus”, nella persona di Maria Scalese, ci occuperemo poi di teatro musicale, con la realizzazione di un ciclo di opere in un atto firmate da alcuni tra i più rappresentativi compositori d’oggi. Continueremo, inoltre, a battere il repertorio tradizionale: in programma ci sono i cinque concerti per pianoforte e orchestra di Beethoven.

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