Debussy a Villa Medici

DebussySe diamo credito alle enciclopedie e ai manuali di musica, il periodo che Debussy trascorse presso Villa Medici, a Roma, sarebbe un episodio secondario e, tutto sommato, trascurabile nella vita del compositore. Se paragonato al periodo successivo, quello parigino e bohémien, si tratta certamente di un episodio minore; ma se lo consideriamo dal punto di vista della formazione delle idee musicali, come vedremo, non si tratta di un periodo così insignificante. Debussy soggiornò a Roma dal 1885 al 1887 come vincitore del Prix de Rome (la prestigiosa borsa di studio era stata vinta, prima di lui, da Berlioz, Massenet, Gounod e Bizet). Ma l’ambiente romano non aveva alcuna attrattiva per il giovane Debussy, come racconta lui stesso nelle lettere a Henri Vasnier. Eppure è proprio qui che comincia ad avvicinarsi alla musica di Wagner, del quale ascolta al Teatro Apollo il Lohengrin. Gli accade di suonare a quattro mani, insieme al collega e amico Vidal, l’ouverture dei Maestri Cantori e di ascoltare la musica di Palestrina, come racconta in una lettere a Eugène Vasnier (novembre 1885): “Devo raccontarvi la mia unica uscita di questo mese. Sono andato a sentire due messe, una di Palestrina e l’altra di Orlando di Lasso, in una chiesa detta dell’Anima. Non so se la conoscete (è nascosta in un dedalo di ignobili stradine). Mi piace molto, poiché è in uno stile semplice e puro, a differenza di tante altre chiese, ove regna un’orgia di sculture, di pitture e di mosaici, che a mio avviso conferiscono loro un aspetto un po’ troppo teatrale. In quel contesto, Cristo ha l’aria di uno scheletro sperduto che si domandi perché lo abbiano messo lì. Viceversa, è nell’altra cornice che bisogna ascoltare quella musica, che è l’unica musica da chiesa che io ammetta.”

la_damoiselle_elueIntanto il lavoro musicale procedeva senza particolari entusiasmi. Come ricorda François Lesure nel suo Debussy. Gli anni del simbolismo (ed. EDT), “dopo Zuleima, che abbandona, e Diane au bois, prende appunti per una Salammbô e termina una nuova mélodie su testo di Bourget”. Questo passo ci ricorda che, in questo periodo, Debussy leggeva molto e la letteratura cominciava a diventare un punto di riferimento costante. L’interesse per il mondo letterario non tarderà a consolidarsi al suo ritorno a Parigi, dove incontrerà, tra gli altri, Mallarmé. Il fascino è così forte che Debussy si lancia nell’impresa di mettere in musica il poemetto L’Après-midi d’un faune. Dal punto di vista musicale, il periodo di Villa Medici lascerà sopravvivere esclusivamente La damoiselle élue, poema lirico per soprano, coro femminile e orchestra su testi di Dante Gabriele Rossetti (la partitura reca una dedica a Paul Dukas). Anticipazione di quanto avverrà negli anni a venire, La damoiselle élue mostra già alla commissione del Prix de Rome un gusto per le sfumature timbriche e armoniche che non sarà molto  gradito ai giudici del premio, ma che in qualche modo poteva apparire giustificato dal soggetto scelto. Come ricorda Paolo Cecchi in un programma di sala dell’Accademia di Santa Cecilia (dicembre 1996): “Il mondo sonoro della Damoiselle possiede già l’originalità stilistica dei capolavori della maturità, e in essa il fascino della tarda orchestra wagneriana viene elaborato come influsso, non come calco. Da poco tornato da Bayreuth ove aveva assistito al Parsifal, Debussy di quella ammiratissima partitura prese infatti ciò che gli serviva, evitando un’imitazione comunque filtrata, che sarebbe risultata fatale per l’esito estetico del lavoro. Certo l’estenuata religiosità del testo di Rossetti gli suggerì di riprendere in più punti il diatonismo timbricamente etereo che caratterizza molti dei momenti di intensa spiritualità dell’opera wagneriana.”

Oltre agli influssi wagneriani, in questi anni Debussy fa un altro incontro significativo: quello con Franz Liszt che fa la sua apparizione a Roma, nel mese di gennaio 1886, ospite a Villa Medici. E’ rimasto famoso l’aneddoto riferito dai biografi: a cena dagli Hébert, Lizt ascolta Debussy e Vidal che suonano la sua Faust-Symphonie su due pianoforti, ma il Maestro si addormenta…Ci saranno altri incontri più fortunati, durante i quali i giovani francesi potranno ascoltare Liszt al pianoforte. L’impressione non è così superficiale come può sembrare, dato che Debussy ricorderà, molto anni più tardi, “quell’arte di fare del pedale una sorta di respirazione, che io avevo osservato in Lizt quando, essendo a Roma, mi fu dato di ascoltarlo” (1915). Ma forse l’ambiente appartato e un po’ anacronistico di Villa Medici servì soprattutto a consolidare nella mente di Debussy un’idea della musica che non è soltanto tecnica quanto sociale e culturale, altrimenti perché avrebbe scritto a Hébert una lettera di congedo dove si legge: “Naturalmente rimpiangerò con tutto me stesso la mia bella camera, la vostra buona amicizia, caro Maestro, e i vostri calorosi incoraggiamenti. In fondo, vedete, si dovrebbe fare Arte per cinque persone al massimo, cinque persone a noi molto care! Ma cercare di conquistarsi la stima della gente di mondo, boulevardiers e altri simili papaveri, mio Dio, come dev’essere increscioso”. Di questo ermetismo, appena dissimulato dall’affetto e dalla riconoscenza, Debussy farà la sua firma negli anni a venire. (a.d., m.s.)

 

 

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