Grandi interpreti: Ian Bostridge e il canone schubertiano

IanBostridgeIn uno studio dedicato al canto romantico, Roland Barthes rifletteva sul fatto che con il Lied anche la tradizionale gerarchia delle voci, tipica del teatro musicale fino al Settecento e dell’opera lirica in particolare, viene meno e si afferma la piena individualità della voce. Una voce unica, intima, naturale e votata, spesso, alla solitudine e alla nostalgia. Da Schubert fino ai Gurrelieder di Schoenberg, è quest’ultima voce che abbiamo imparato a riconoscere come “romantica”. Nella tradizione liederistica, Ian Bostridge si muove ormai da tempo con la disinvoltura di un principe delle scene. Dopo una breve ma interessante carriera come studioso presso l’università di Oxford, Bostridge diventa un cantante a tempo pieno verso la metà degli anni Novanta, ricevendo riconoscimenti presso la Wigmore Hall, Aldeburgh Festival, Lione, Colonia, Cheltenham, i festival di Edinburgo e di Francoforte. Non passerà molto tempo prima che il tenore possa lavorare al fianco di talenti come Colin Davis e Mstislav Rostropovich, con la Scottish Chamber Orchestra o la Birmingham Symphony and Berlin Philharmonic condotta da Simon Rattle.

Il repertorio di Bostridge comprende opere vocali di compositori romantici e post-romantici come Schubert, Schumann, Britten, e molte opere liriche tra le quali spiccano due titoli di Britten: A Midsummer Night’s Dream (1994) e Morte a Venezia (2007). Ma probabilmente, il grande pubblico ricorda il talento di Bostridge per un’altra, rilevante impresa: nel ’97 ha realizzato un film sul ciclo di Lieder Winterreise di Schubert per Channel 4 (BBC) con la regia di David Alden. Per certi aspetti, la consacrazione di Bostridge è avvenuta nel segno di Schubert più che di qualsiasi altro compositore, tanto che persino lo stesso Bostridge se ne è reso conto dedicando alla sua “ossessione” schubertiana un volume uscito recentemente per Faber & Faber (Schubert’s Winter Journey: Anatomy of an Obsession).
Come è stato spesso rilevato, il cantante londinese non si lascia incasellare negli stereotipi ottocenteschi del tenore d’opera. A destare la stupefatta impressione del pubblico, se non della critica, non sono soltanto il suo fisico asciutto e l’aria distinta, da gentleman, ma anche il modo piuttosto anticonformista di accostarsi al testo musicale. Prendiamo il caso di Schubert, vale a dire l’interpretazione che Bostridge ne ha fornito di recente anche al Teatro alla Scala (2014), accompagnato al pianoforte da Thomas Adès. A differenza dell’immagine che di Schubert ci è stata spesso fornita, intrisa di placida “affabilità viennese” (Massimo Mila) e di tenere nostalgie rivolte al passato, l’interpretazione di Bostridge sembra prediligere il registro più cupo e demoniaco, l’inquietudine che prendeva forma nella vita di Schubert, tra il risentimento e l’insurrezione non soltanto sentimentale ma anche politica. Winterreise, così come il posteriore ciclo liederistico Schwanengesang, sono opere che attraversano ogni sentimento umano, perciò un’attenta variabilità del canto è importante e la teatralità della voce resta una carta da giocare con eleganza e gusto per il dettaglio. Nei suoi recital Bostridge ha contribuito così a collocare l’opera di Schubert nel suo giusto luogo, senza indulgere negli stereotipi che, ormai, anche la critica musicale più attenta ha abbandonato da tempo. (a.d.)

 

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