Classici del Novecento: La Voix humaine

poulenc_la_voixL’immagine del compositore Francis Poulenc (1899-1963) è legata al periodo degli anni Venti-Trenta in Francia, quando faceva parte del Gruppo dei Sei (insieme a George Auric, Louis Durey, Honegger, Milhaud e Germaine Tailleferre). Anche se la maggior parte delle opere di Poulenc restano legate alla concezione estetica formulata, a quel tempo, da Jean Cocteau, non dobbiamo dimenticare che durante la sua carriera sono apparse opere che si allontanano, almeno in parte, dal canone “neo-classico”. Non si tratta, forse, di grandi svolte stilistiche ma di cambiamenti significativi della forma. E’ questo il caso, per esempio, di alcune opere che si collocano negli anni Cinquanta e che risentono, forse, di una certa attenuazione dello spirito ribelle e ironico del periodo post-bellico (quello di Les mamelles de Tirésias e de Le bal masqué). D’altra parte, Poulenc inaugura gli anni Cinquanta con uno Stabat mater e prosegue componendo un’opera di ampio respiro come Les Dialogues des carmélites (1957), dall’ononimo testo di Bernanos. Il “dialogo” qui promosso è già il sintomo di una ricerca musicale che non si accontenta più di essere provocatoria ma che eredita le forme del passato per  indagare problematiche sia universali che soggettive, come l’amore, la fede, la solitudine. Il caso della “tragedia lirica”  La Voix humaine, su libretto di Cocteau, è emblematico di questo interesse per l’interiorità: Poulenc risolve il dramma personale incarnato dall’attrice Denise Duval in un dialogo tra la voce e l’orchestra, dove quest’ultima risulta sempre fedele ai moti dell’animo e ne sottolinea le asprezze o le difficoltà psicologiche.

Può capitare di leggere in qualche enciclopedia che La Voix humaine si potrebbe accostare a un monologo in un atto unico (monodramma) come Erwartung di Arnold Schoenberg (1909). Se è vero che si tratta, in entrambi i casi, di una forma dialogante che tende a privilegiare la voce rispetto agli strumenti, il modo in cui questo avviene rimane profondamente diverso. A parte una certa remota influenza del Lied tedesco, nel caso di  Erwartung gli spazi sonori che Schoenberg tentava di conquistare lo portarono verso una forma frammentaria e poco propensa ad assecondare gli sviluppi emotivi o drammatici della parte vocale. Il discorso musicale de La Voix humaine è di gusto marcatamente francese e, semmai, può essere accostato a certe melodie di Honegger (un altro compositore caro a Cocteau) e, con le debite differenze, al Ravel classicheggiante delle melodie greche o ebraiche. Anche l’orchestrazione rende l’accostamento ardito e, in fin dei conti, superficiale: Poulenc utilizza ogni effetto possibile da un’orchestra di proporzioni generose, in un’ottica chiaramente spettacolare. Predispone alcuni spazi melodici per la voce sola, ma nel complesso le battute dedicate all’orchestra non lasciano dubbi sull’uso degli effetti che Poulenc intendeva produrre.  Schoenberg si muoveva, al contrario, in un universo sonoro che è quello della musica da camera e con l’intento di isolare la voce dal resto degli strumenti, secondo quello che la critica ha chiamato lo stile “espressionista”. Al di là, quindi, dell’aspetto lirico o patetico di entrambi i soggetti, così carichi di pathos e di solitudine, dal punto di vista stilistico non si potrebbe essere più lontani da una somiglianza effettiva.

La Voix humaine è un’opera fortunata e, ancora oggi, ripresa nei cartelloni dei teatri europei. Oltre al primo allestimento per la salle Favart del Théâtre national de l’Opéra-Comique di Parigi,  il Teatro alla Scala ha ospitato lo spettacolo lo stesso anno del debutto (1959), mentre tra i molti allestimenti si possono ricordare quello inglese per il Glyndebourne Festival Opera con la Royal Philharmonic Orchestra (1960) e il debutto al Teatro Regio di Torino nel 1999 con Renata Scotto come voce recitante in lingua originale. Tra gli allestimenti più recenti ne segnaliamo uno imminente, per il teatro di Barcellona, che andrà in scena il 18 gennaio (Teatro del Liceu). (a.d., m.s.)

 

 

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