Sol Gabetta e Henri Sigfridsson: la potenza del suono

Unione Musicale di Torino ospita il concerto di  Sol Gabetta e Henri Sigfridsson con musiche di Beethoven, Mendelssohn, Brahms, e Servais. Un breve viaggio nella vita e nelle idee di una violoncellista tra le più amate del momento.

 

Sol Gabetta   Photo: Marco Borggreve

Sol Gabetta Photo: © Marco Borggreve

Non sono molti i commentatori che offrono degli interpreti un’informazione che vada oltre il solito profilo biografico o le note a margine di qualche concerto. Il pubblico è abbandonato al fascino mediatico e all’aridità di un giornalismo a corto di tempo quanto d’idee. Per scrivere di Sol Gabetta, invece, la cosa migliore è studiare e attendere: aspettare che si manifesti in un periodo abbastanza lungo la sua arte della “fuga”. Non soltanto con lei bisogna evitare ogni sacralità fuori luogo, ma occorre mettere in evidenza la linea di condotta poco convenzionale e che non si lascia ridurre a facili etichette. Per esempio, il suo rapporto con il violoncello non è esclusivo come i media vorrebbero farci credere. Oltre al violoncello, infatti, Sol Gabetta ha studiato pianoforte e violino. Quest’ultimo, specialmente, è stato decisivo per cambiare il suo approccio alla musica perché ha contribuito a rompere il “dogma” dello strumento con la varietà del suono: suonando brani violinistici con il violoncello Sol Gabetta ha potuto godere di una capacità di ascolto e di comprensione che non avrebbe avuto se si fosse immersa esclusivamente nel mondo del suo strumento d’elezione.

Un altro aspetto poco sottolineato del suo background è l’attenzione per le musiche di confine, in particolar modo per la musica argentina alla quale rimane legata anche dal punto di vista biografico, e la musica russa con la quale ha ammesso più volte di sentire una grande affinità. A ben guardare cos’è quest’interesse per i confini e i generi musicali, dalla classica al tango, se non una necessità di dare forma storica e culturale al suo interesse per le forme del suono? Il repertorio non è l’unica cosa che interessa Sol Gabetta, e a differenza di molti interpreti non coltiva alcuna diffidenza nei confronti dell’incisione discografica: registrare non è certo come suonare dal vivo, ma l’incisione permette di concentrarsi sulla resa sonora della partitura. Inoltre, un disco è una documentazione storica di quel particolare passaggio del tempo. Quest’attenzione per la storia si applica alla musica, naturalmente, tanto quanto alla propria esperienza di interprete. Può apparire curioso che una violoncellista così vicina al repertorio ottocentesco si sia accostata con tanto interesse alla musica barocca – in special modo, l’integrale dei Concerti di Vivaldi incisa per Sony-, ma è probabile che qui abbia avuto una certa influenza il magistero di Sergio Ciomei, il direttore d’orchestra e clavicembalista la cui attenzione “filologica” per la musica antica è un fatto noto agli specialisti. Per Sol Gabetta il “Vivaldi project”, per esempio, si è tradotto in una ricerca sugli archi del periodo barocco, sull’uso delle corde e degli strumenti, oltre che in uno sforzo interpretativo. Oggi, quando ritorna alla musica di Schumann o di Brahms deve portare con sé qualcosa delle sue molteplici esperienze, anche perché al timbro intenso e variegato aggiunge il suo gusto per i viaggi, il rifiuto delle origini assolute e dei confini anche geografici.

Esiste un ricordo autobiografico di Sol Gabetta che, forse, descrive bene il modo in cui la musica l’ha toccata: da bambina ha conosciuto una violoncellista di origine polacca che era stata invitata a suonare a Cordoba, la città di natale di Sol Gabetta. Ancora bambina, era andata a salutarla dopo il concerto e le aveva detto: “Io voglio avere il tuo suono, voglio cantare come te”. Quella violoncellista divenne la sua insegnante, la prima docente e anche la sua prima ascoltatrice. Al centro delle lezioni non c’era la tecnica, ma la ricerca del suono se non di una voce interiore. Dopo è arrivata la tecnica, acquisita con Ivan Monighetti e con altri maestri. Adesso questo lungo viaggio da Cordoba all’Europa dell’Est approda, in altre forme, a Torino dove Sol Gabetta suonerà – accompagnata al pianoforte da Henri Sigfridsson– un ciclo di sonate (Beethoven, Brahms, Mendelssohn) e la Fantasia su due Arie russe per violoncello e pianoforte op. 13 di Servais. Di questo compositore belga, Adrien François Servais (1807-1866), il pubblico odierno probabilmente ricorderà poco, considerata l’avarizia del repertorio che domina nelle nostre sale da concerto. Ma al tempo di Berlioz, Servais era definito “il Paganini del violoncello”. Grande virtuoso, quindi, ma anche un innovatore del suo strumento. Ecco un’altra operazione di riscatto storico nella quale Sol Gabetta sta diventando un’esperta di grande raffinatezza. (a.d., m.s.)

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