Grigory Sokolov al di là del mito

Mercoledì 29 ottobre Grigory Sokolov suonerà per l’Auditorium Rai “Arturo Toscanini” con un programma che tocca Bach, Beethoven e Chopin. Un’occasione da non perdere per ascoltare uno dei più grandi pianisti viventi.

SokolovLa leggenda di Grigory Sokolov non nasce soltanto da certe tendenze del mondo musicale a costruire i suoi personaggi preferiti, per non dire i suoi feticci, sulla falsariga dell’eroe romantico, schivo e isolato nella sua torre di cristallo. Quello di Sokolov, in altre parole, non è un mito legato all’immagine del divo quanto, piuttosto, una scintilla che si origina dalla capacità di creare un universo sonoro che appartiene interamente a lui, come artista e come interprete. Recentemente Patrice Liebermann, dopo il concerto al Bozar di Bruxelles (14 giugno 2014), notava giustamente che chi frequenta le sale da concerto si trova sovente di fronte a interpreti dalla grande tecnica ma privi d’idee, oppure, viceversa, dotati di talento interpretativo ma con una tecnica che non arriva a consolidare le loro idee di partenza. Di questo dissidio si può dire che Sokolov non soffre affatto, e forse si dovrebbe cercare qui- in questa sorta di armonia prestabilita, di cui il contegno in sala è un’espressione eloquente- l’origine genuina della sua fama. Il successo sembra non aver intaccato la personalità di Sokolov che, com’è risaputo, non ama apparire sotto i riflettori e dello star system, in generale, si è fatto un’idea simile a quanto afferma un altro pianista, Piotr Anderszewski: “Quando suono con l’orchestra, talvolta mi riprometto di non eseguire mai più un concerto. Troppi compromessi artistici. Mi esibirò solo in recital. Quando poi mi trovo ad affrontare la solitudine estrema del recital, con l’eroismo e anche con la crudeltà che esso comporta, mi capita di pensare che non ne vorrò fare mai più. D’ora in avanti, soltanto dischi” (cit. in S. Isacoff, Storia naturale del pianoforte, ed. EDT). Non è, quindi, un caso isolato quello di Sokolov, ma una vera e propria sindrome dell’interprete dalla quale, per nostra fortuna, il pianista di origine russa è riuscito sempre a tirarsi fuori quanto basta per ammaliare il pubblico. In fondo, non è una prerogativa di tutti i grandi un sano “disgusto” per la platea? Persino al di là della musica e a prescindere dal genio, chi non ha provato mai il desiderio impellente di abbandonare la società al suo delirio per lasciare la voce al talento, come dire all’unica voce che non può mentire?

Si dice che Sokolov abbia esigenze molto precise a proposito della preparazione del suo strumento prima di un concerto, quasi a voler dare ragione a quell’osservazione di Daniel Mason a proposito dell’accordatore di pianoforti: “Solo l’accordatore sa com’è fatto dentro lo strumento” (nel romanzo L’accordatore di piano). Ma se chi accorda è il chirurgo o l’anatomista, l’interprete è colui che porta al mondo l’opera, che la fa sorgere dalla partitura e che, certo, non potrebbe molto senza una meticolosa preparazione del suo strumento. il pianoforte è uno strumento in cui la meccanica ha una prerogativa occulta di grande importanza, non se ne può fare a meno. Peccato che, come molti concertisti imparano a loro spese, i pianoforti che le organizzazioni musicali mettono a disposizione non sono sempre all’altezza del loro compito. Se, dunque, la coppia mitica del pianista e del suo accordatore – non può non venire in mente Glenn Gould a questo proposito- avrà trovato, ancora una volta, la possibilità di fare brillare il firmamento in una sala da concerto italiana il merito sarà senz’altro di Sokolov e della sua celeberrima intransigenza. Il programma del concerto torinese comprende tre gemme: la Partita n. 1 in si bemolle maggiore BWV 825 di J.S.Bach, la Sonata n. 7 in re maggiore op. 10 di Beethoven e di Chopin, autore particolarmente caro a Sokolov, la Sonata n. 3 in si minore op. 58. Quanto poi al mito romantico di cui si diceva, c’è da dubitare che riusciremo mai a farne a meno, specialmente di questi tempi dove, come scriveva Schönberg a proposito di Mahler, “l’industria-alveare, a cui in ogni campo va oggi il successo che invece dovrebbe toccare  soltanto al talento, si impone anche qui, a dimostrazione che la nostra epoca non si esprime nella solitaria grandezza di un solo uomo, ma in una folla di piccoli uomini”. (a.d.)

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