Pianisti del nostro tempo: Dustin O’Halloran

dustin_ohalloranNel mondo attuale ogni riferimento al pianoforte “classico” genera facilmente dei malintesi. Il pianoforte classico, infatti, ha ormai molti volti quanti sono i musicisti che lo suonano e dipende, quindi, sempre meno da regole universali quanto, semmai, da questioni di stile. Può darsi che questo individualismo sia soltanto un effetto del mercato musicale, ma qualche motivo storico – ci permettiamo di azzardare un’ipotesi interpretativa- esiste. La linea storica che collegava il pianoforte alle avanguardie si è interrotta da tempo, e una prova evidente di tale rottura con i linguaggi recenti è il ritorno alla tonalità che va sotto il nome di “post minimalismo”. In fondo, il minimalismo è stato uno degli ultimi tentativi di legare la teoria musicale alla pratica, le idee al suono inteso come processo in divenire di una forme nuove. Ma quando ormai le idee sono lontane e compositori quali Philip Glass o Steve Reich vengono avvertiti dal grande pubblico come icone di una classicità conclamata, evidentemente la ribellione ha perso il suo mordente e la modernità diventa modernariato. Accade con i vestiti e con il cinema, perché non dovrebbe accadere anche con gli stili musicali?
A modo suo, Dustin O’Halloran appartiene a quest’onda crepuscolare che recupera la classicità senza rinunciare, appunto, ad una modernità preconfezionata che, forse, si deve chiamare semplicemente attualità. Lo stile di O’Halloran, infatti, non ha nulla di provocatorio né tanto meno si affida alle deviazioni folkloriche di uno Yann Tiersen (essendo anche privo del suo romanticismo mitteleuropeo) oppure ad un recupero di forme classiche come avveniva, per esempio, nel jazz degli anni Cinquanta. Se di influenze stilistiche si può parlare, nel caso di O’Halloran, non bisogna mirare troppo in alto: certe atmosfere alla Erik Satie possono aiutare, ma quando si esce da certi moduli armonici (efficaci quanto si vuole, per esempio in Opus Piano Solos Vol. 2, 2006) la povertà di contenuto e, soprattutto, di sviluppo emerge con evidenza. Ormai lo sviluppo appartiene al passato? Ma lo sviluppo della forma era proprio l’ambito in cui il compositore minimalista aveva eretto il suo credo in un’altra concezione del tempo musicale (Glass, Riley, Steve Reich). Il cosiddetto post minimalismo ha reso molto languido il percorso e i confini tra neoavanguardia e neoclassicismo si sono fatti sempre più sfumati. La musica di O’Halloran vive, forse senza saperlo, in questo anfratto storico – perfettamente alla deriva e, nello stesso tempo, a suo agio.
Niente di strano, allora, se la ricetta musicale di O’Halloran suona spesso prevedibile e “funziona” come ogni buon ricettario che miri a confezionare la Classica come un prodotto affidabile e, si spera, remunerativo. Purtroppo la sensazione di aver già ascoltato tutto si fa, a tratti, opprimente. Niente di strano se questo musicista dall’aria attonita e attentamente costruita per non sembrare quella di un divo, si dedica con piacere alle colonne sonore (da Marie Antoinette a An American Affair fino l’ultimo arrivo Breathe In, per la regia di Drake Doremus). Che altro potrebbe fare? Al di là di un piacere epidermico mai messo in discussione, con i suoi tratti malinconici e qualche volta adolescenziali, non gli rimane che fornire al mercato audiovisivo il suo indiscutibile talento. E’ accaduto ad altri prima di lui, ma loro hanno alle spalle un’epoca di radicalità che ne preserva il mito. (a.d.)

 

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