Henri Dutilleux: un musicista inclassificabile

Nel mese di maggio si è spento il compositore francese Henri Dutilleux. Nato ad Angers nel 1916, è stato uno dei compositori più importanti del secondo Novecento. Il debutto sulla scena musicale avviene nei primi anni Cinquanta e, nel corso degli anni, scrisse brani che lo resero famoso tra gli appassionati di musica da camera e sinfonica. Rendiamo omaggio al Maestro, erede a modo suo di Ravel e di Debussy, ripercorrendone l’itinerario umano e stilistico.

 

Henri DutilleuxPer scrivere della musica di Henri Dutilleux (1916-2013) si può forse partire da un’osservazione semplice quanto ricca di conseguenze: Dutilleux non è stato un musicista d’avanguardia. L’avanguardia ha conosciuto molte stagioni, alcuni compositori le sono rimasti fedeli (si pensi a Cage o a Boulez) ma, accanto ai paladini, ci sono molte figure trasversali che non si lasciano ricondurre a una corrente specifica. Dutilleux aveva appreso tutto ciò che c’era da sapere, per esempio, sulla dodecafonia e sulla musica seriale ma non pretese mai di esserne un capofila. Non è stato neppure un musicista mondano come Stravinsky, sempre pronto ad approfittare dei riflettori che l’opinione pubblica o la critica puntavano periodicamente su di lui. Una luce troppo intensa non è l’idea giusta per indicare il percorso di un’opera come quella di Dutilleux: musicista discreto, riservato, il cui magistero didattico e stilistico rimane soprattutto nel ricordo dei direttori d’orchestra, dei suoi interpreti e dei suoi allievi. Nei confronti delle avanguardie, per esempio, l’atteggiamento di Dutilleux è stato quello di un osservatore partecipe ma scettico: il suo vivo interesse per lo sviluppo della musica in direzione atonale non gli ha impedito di mantenersi a distanza da ogni eccesso “teorico”, dai balbettamenti di tanta scuola post seriale. Una figura ricca di charme, quella di Dutilleux, creatore di un discorso sonoro che non si concede facilmente a chi si aspetta l’incanto fine a se stesso o la difficoltà virtuosistica, altrettanto gratuita. Questo rigore, forse, è il suo lascito più importante e duraturo.

Il repertorio di Dutilleux, d’altra parte, è celebre più per la concisione che per la produttività: la sua prima opera significativa è la Sinfonia n. 2 “Le Double” che inaugura un ciclo denso e folgorante, a distanza di decenni tra un’opera e l’altra, con titoli come Métaboles (1964), Timbre – Espace – Mouvement ou la Nuit Etoilée (1978) e Mystère de l’Instant (1970). Nonostante gli sviluppi successivi, si può avere l’impressione che il decennio tra gli anni Sessanta e Settanta sia stato di gran lunga il più decisivo per la definizione dello stile di Dutilleux. A coloro che non seguono con particolare assiduità la musica contemporanea, il lavoro di Dutilleux può lasciare ugualmente una profonda impressione dovuta all’intenso discorso armonico e al fascino delle sue raffinate orchestrazioni. Un mondo poetico chiaramente definito, collocato dalle parti dell’inconscio più che di una clarté francese in cui il compositore non ha mai creduto troppo, si enuncia anche al primo ascolto di opere come il quartetto Ainsi la nuit (1976), Tout un monde lointain (1970) per violoncello e orchestra o L’Arbre des songes per violino e orchestra (1985). Nell’ultimo periodo della sua vita, Dutilleux si era particolarmente interessato al dialogo tra la voce umana e l’orchestra, dedicando agli interpreti Renée Fleming e Seiji Ozawa il ciclo intitolato Le Temps l’horloge (2009). In questo gesto che è anche un ritrovamento della vocalità dovremmo, forse, vedere un atto di resistenza al consumo sonoro, ormai dilagante anche nella musica classica? Sarebbe l’ultimo atto di un compositore e di un uomo che è appartenuto per intero al dramma del Novecento e ne ha saputo comprendere i cambiamenti. (a.d.)

 

 

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