Un articolo di Robert Schumann a proposito di Chopin

Siamo verso la metà degli anni trenta dell’Ottocento, Robert Schumann è ancora il principale redattore della rivista da lui stesso fondata, la Neue Zeitschrift für Musik. Sulle pagine del periodico compaiono alcune recensioni che riguardano i concerti di Frédéric Chopin, a quel tempo un talento emergente e molto discusso. In questo articolo Schumann discute di alcune opere in particolare, come il celebre Scherzo op. 31, difendendo lo stile di Chopin e tentando persino una piccola lezione di armonia (la disputa sulle quinte) ad uso e consumo del lettore amante della buona musica.

Impromptu op. 29 – quattro mazurke p. 30 – Scherzo op. 31

Chopin“Chopin ormai non può più scrivere nulla, che alla settima od ottava battuta non debba farci esclamare “è suo!”. Si è definito ciò una maniera e s’è detto ch’egli non progredisce più. Si dovrebbe invece essere più riconoscenti verso di lui. Non è forse la stessa forza originale che già dalle sue prime opere vi ha irraggiato così meravigliosamente, che vi ha in un primo momento confuso e più tardi rapito? E quando egli v’ha dato una serie delle più rare creazioni e voi lo capite più facilmente, lo pretendete di un colpo tutto diverso? Ciò si chiamerebbe abbattere un albero perché ogni anno vi riporta gli stessi frutti: ma i suoi frutti non sono mai gli stessi, tanto per sapore quanto per forma sono i più diversi anche se il tronco è sempre identico”.
“Così il sopracitato Impromptu per quanto poca importanza abbia nell’insieme delle sue opere, non saprei paragonarlo ad un’altra composizione chopiniana; è una cantilena rinchiusa al principio e alla fine da un grazioso insieme di fignure, è così fine nella forma e, ripeto, un così vero Impromptu che nessuna delle altre composizioni di Chopin può stargli accanto. Lo Scherzo nel suo carattere appassionato ricorda già di più il predecessore: resta pero’ sempre un pezzo avvincente all’estremo, da paragonare non inopportunamente ad una poesia di Lord Byron, così tenero, così ardito, così pieno d’amore come di disprezzo. Naturalmente, non è per tutti. Chopin ha egualmente sollevato le mazurke ad una piccola forma d’arte; per quante ne abbia scritte, ben poche sono somiglianti. Quasi ognuna ha qualche tratto poetico, qualcosa di nuovo nella forma o nell’espressione”.
“Così è nella seconda delle suddette mazurke la tendenza del tono di si minore verso il fa diesis minore, mentre poi (lo si osserva appena) conclude in fa diesis; nella terza la tonalità fra il maggiore e il minore oscilla fino a che vice la terza maggiore; nell’ultima mazurka notiamo un punto debole, cioé l’improvvisa conclusione con le quinte, per le quali i Cantor tedeschi si metteranno le mani nei capelli. Un’osservazione di sfuggita: le epoche differenti sentono anche in modo diverso. Nelle migliori opere di chiesa dei vecchi maestri italiani si trovano progressioni di quinte, quindi non devono aver suonato male ai loro orecchi. In Bach e in Haendel, di simili ne appaiono ugualmente, in modo frammentario pero’ e di rado; la grande parte dell’intreccio delle parti evitava ogni andamento parallelo. Nel periodo mozartiano le quinte scompaiono interamente. Poi vennero i grandi teorici e le proibirono sotto pena di morte, finché di nuovo comparve Beethoven che inserì le più belle quinte del mondo, specialmente in progressione cromatica. Ora, un seguito di quinte cromatiche, continuato per una ventina di battute, non deve naturalmente essere segnalato come qualcosa di eccellente, ma piuttosto come qualcosa di cattivo; non si devono tuttavia staccare simili passi isolati dall’insieme, ma udirli in rapporto a ciò che precede e in relazione al tutto”.

Tratto da: R.Schumann, La musica romantica, Einaudi 1950.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *