Le sinfonie di Schubert: un breve sguardo d’insieme

SchubertNon sempre la musica di Franz Schubert è stata accolta come un frutto maturo, indipendente dai modelli del classicismo. Niente di meglio che riportare qui alcune osservazioni del biografo che più si è avvicinato al ritratto musicale a tutto tondo, senza concedere molto agli aneddoti e mirando, invece, ad un’utile guida all’ascolto: Bernhard Paumgartner. Biografo di Mozart oltre che di Schubert, Paumgartner ci ha lasciato alcune preziose osservazioni a proposito delle sinfonie schubertiane: “La produzione sinfonica di Schubert cominciò in modo del tutto disinvolto, come quella liederistica e pianistica, direttamente dalla pratica quotidiana della vita musicale che lo circondava” scrive Paumgartner nella parte della sua biografia dedicata all’esame delle opere. “La Prima Sinfonia in re maggiore (1813) è una dimostrazione sorprendente della ricchezza delle sue possibilità tecniche di allora, e di ciò che aveva assimilato e artigianalmente messo a profitto dalla pratica musicale del suo Istituto. La bella chiarezza della strumentazione guarda a Mozart, ma con sonorità personali, del tutto schubertiane; nella forma il modello è ancora Mozart, ma anche il primo Beethoven: alcune reminescenze appaiono evidenti (nel secondo tema del primo movimento, un misto curioso del Finale dell’Eroica e della Patetica, ma schubertianamente aggraziato!), risplendono, luminose, alcune piccole soluzioni di straordinaria naturalezza: è una musica gaia, spigliata e raffinata, che pero’ nella Seconda sinfonia in si bemolle maggiore (marzo 1815), dedicata dal maestro supplente Schubert al direttore del convitto Lang, si espande poderosa e orgiastica. I pesanti ritmi dei fiati del Largo introduttivo, sono di provenienza haydniana, come lo spirito del Presto finale. Nel tempo lento Schubert, dopo l’insufficiente soluzione adottata nella Prima, prova questa volta con una serie di variazioni su un tema proprio, che ricorda pero’ l’aria “Il mio tesoro” dal Don Giovanni di Mozart”.
Secondo Paumgartner, la Terza sinfonia in re maggiore sarebbe un compromesso con alcune influenze tematiche e stilistiche che Schubert aveva appreso dal classicismo viennese, ma è Soltanto con la Quarta sinfonia in do minore (1816) che questo “dissidio” con la forma classica – al tempo stesso una tentazione e un pericolo- raggiunge il punto di non ritorno. Anche nella Quinta sinfonia in si bemolle maggiore (1816) l’influenza mozartiana risulta evidente “in tutti i movimenti, soprattutto nel Minuetto in sol minore e nel relativo Trio, che alludono alla Sinfonia in sol minore”. Se la Quinta è “un breve, felice riposo prima di avventurarsi verso altre mete”, la Sesta sinfonia in do mag. (1818) ha perlomeno il vantaggio di offrire “il primo vero Scherzo schubertiano”. Nella sua forma la Sesta è già un progresso non illusorio, se è vero che “uno spirito molto più sciolto la pervade tutta, allude a Haydn, ma anche a molte maniere della musica italiana di quei tempi”. Mentre la Settima sinfonia è rimasta allo stato di abbozzo – ne rimane soltanto un abbozzo per pianoforte-, è “con l’Incompiuta in si minore (1822)” che “entriamo nel recinto sacro del sinfonismo schubertiano”, scrive Paumgartner.

Qui, infatti, troviamo l’espressione individuale che ha superato ogni riferimento ai maestri, il “tardo stile” che si distacca dalla tradizione, l’opera della maturità: “La sua forma espressiva nel campo strumentale ha raggiunto una magnifica sicurezza, il suo respiro è teso e ampio, intrepido attraverso l’audace divenire armonico, i temi sono forgiati in modo estremamente unitario fin dal comune impulso dell’idea originaria. La nuova forma sinfonica schubertiana è finalmente trovata”. Giunto a questo punto del suo percorso, il biografo coglie l’occasione per ricordare che Schumann era stato vagamente ingiusto a riguardo della successiva sinfonia in do mag. detta “La Grande” (1828), scrivendo della sua “divina prolissità”. Secondo Paumgartner, in realtà, in questo lavoro dell’ultimo periodo “non una sola battuta è di troppo! Come dice giustamente il Vetter, la sinfonia diventa troppo lunga solo in esecuzioni inadeguate”. D’altra parte, è stato lo stesso Schumann a rimarcare l’indipendenza stilistica dell’Ottava sinfonia dal modello beethoveniano quando ha ammesso che “la Sinfonia ha agito su di noi come nessuna di quelle venute dopo Beethoven. Non c’è da temere che essa venga dimenticata o trascurata, perché porta con sé l’eterno germe della giovinezza”.

Il libro: B.Paumgartner, Schubert, Mondadori 1981. Traduzione di Sergio Sablich. Con un saggio di Piero Buscaroli.

 

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